Umberto Chiodi

ASSEMBLAGE – STUDIO VISIT

 

Arriviamo tra viale Monza e la stazione Centrale, quartiere milanese ormai conosciuto come Nolo (North Loreto), dove un silenzioso cortile interno ci conduce in un seminterrato senza tempo, come il lavoro di Umberto Chiodi: ricerca, passione per le immagini d’archivio e delicata meticolosità si uniscono in un’ibridazione tra fotografia, raffinato ingegno creativo e disegno. Un operato in bilico tra classicismo ed avanguardia. Ci sentiamo come ospiti indiscrete di una segreta casa-museo; lo sguardo si perde tra opaline colorate, teste di bambola e libri antichi, che divengono le note di una danza, velatamente malinconica, che ci introduce alle opere di Umberto, riflesso di una complessa fantasia di cui vorremmo scoprire qualcosa in più.

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UMBERTO CHE  SIGNIFICATO HA PER TE LA PAROLA PROGETTUALITA’?

La progettualità ha  che fare con l’ingegno , credo si possa riferire  al “rispondere” e al “corrispondere” a qualcosa, quindi alle attività della mente in rapporto a quelle manuali.  E’ un aspetto razionale e pulsante del processo creativo, che può coinvolgere il momento del l’ideazione e della realizzazione. La progettualità può avere anche la forma dell’appunto e dell’archivio, per esempio compilo dal 2009 un quaderno di progetti, in cui raccolgo gli studi, i piani esecutivi e i campionari di diverse opere che ho realizzato

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TUTTI I TUOI LAVORI HANNO UNA FORMA DI ESTREMA CURA ED ATTENZIONE AD OGNI PICCOLO DETTAGLIO CHE COSTITUISCE L’ IMMAGINE, COME UNA SORTA DI RAFFINATISSIMA ARCHITETTURA, SOPRATTUTTO IN UN PROGETTO COME “CROSSAGE”. POSSIAMO CHIEDERTI PERO’, PIU’ INTIMAMENTE, COSA CHIEDI ALLE TUE OPERE?

Chiedo che sia un portato di valori organizzati.

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E COME DEFINIRESTI IL TUO MODUS OPERANDI? C’E’ UNA DISCIPLINA NEL PORTARE AVANTI IL TUO LAVORO?

La mia è una pratica solitaria, come quella del pittore, anche se non sono un pittore. Ho quasi sempre  lavorato a cicli di opere, esplorando diverse modalità espressive e ora la mia attenzione torna al disegno. A volte i tempi  di lavoro sono piacevolmente lunghi,  preferisco non avere pressioni intorno. 

Vado in studio tutti i giorni, anche solo a leggere o ad ascoltare musica per un po’.

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CHE COSA NON SMETTERA’ MAI DI ISPIRARTI?

Le tensioni provocate da una realtà che non mi piace o che vedo sofferente,  ma la voglia di fare nasce anche dal contatto con le cose belle, realizzate con il cuore, come direbbe Sant’Agostino, quelle che infondono speranza!

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IL TUO LAVORO E’ IN QUALCHE MODO A-TEMPORALE E RAPPRESENTA SICURAMENTE UN UNICUM SUL PANORAMA ATTUALE, PER QUESTO VORREMMO CHIEDERE PROPRIO A TE  QUAL E’ IL TUO PUNTO DI VISTA SU QUELLA CHE POTREMMO DEFINIRE “CULTURA DELL’IMMAGINE”: C’E’? IN CHE MODO SI STA EVOLVENDO DOVE STIAMO ANDANDO?

Le immagini realizzate dall’uomo si sono moltiplicate all’infinito violando i confini fra l’ambiente e la psiche. Sembrano esserci  più immagini del mondo che mondo,  più scatti che contemplazioni, più schermi che occhi, più prodotti che persone, più segnali che esperienza,  non è  detestabile questa ossessione del fotografare -fotografarsi?  Eppure siamo schiavi affamati, forse perché specchiarci nelle immagini ci libera dai limiti del tempo e dello spazio,  ma poi ci sentiamo transitori, come solo il pensiero della morte poteva farci sentire. Non ci viene da considerare la fotografia come un delitto, (un sacrificio, nel migliore dei casi), poiché ci fa sentire in qualche modo partecipi della vita, appena la pubblichiamo. Le immagini hanno sempre più avuto a che fare  con l’elettricità, dalla nascita del cinema  ad oggi, che siano file caricati in rete o particelle di un display. Il buio arretra al cospetto di queste immagini, il tempo dei nostri sogni è fagocitato dalle immagini luminose e sintetiche che ci interpellano a qualsiasi ora del giorno e della notte. Viviamo in un costante sogno tecnologico che in parte abbiamo scelto, non ci resta che “dare inizio nei sogni alla responsabilità” come scrivono Michael Ventura e James Hillmann.

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PARLI DI  “RESPONSABILITA’ “,  MA PER TE ESSERE IMPEGNATI, AL GIORNO D’OGGI, COSA SIGNIFICA?

Fare azioni di filtraggio, di sabotaggio, oppure di resistenza

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PRIMA DI FOTOGRAFARE LO STUDIO, UN ULTIMA DOMANDA DI CHIUSURA, CHE NON RISPARMIAMO A NESSUNO….

ELEVATOR PITCH E’ UN TERMINE CHE VIENE USATO NEL MONDO DEL CINEMA: SEI IN UN ASCENSORE CON UN PRODUTTORE (IN QUESTO CASO CON UN IMPORTANTE CURATORE) E HAI UN MINUTO PER RACCONTARGLI IL TUO PROGETTO. COSA GLI DIRESTI? O COSA NON GLI DIRESTI?

“Soffro di claustrofobia”.

We walk towards Viale Monza and the Central Station in Milan, a neighbourhood known as Nolo (North of Loreto), where a silent courtyard leads to a cellar. The space seems timeless, just like Umberto Chiodi’s work. Research, passion for archival photography and delicate precision combine with a hybridisation of photography, creative genius and drawing skills – art that stands in between classicism and avant-garde. We feel like indiscrete guests in a secret house-museum. Our gaze gets lost between colourful opalines, dolls’ heads and ancient books – they remind us of a slightly melancholic music of a dance that conducts us towards Umberto’s work – a reflection of a complex fantasy which we would like to know more about.

Umberto, what does planning mean to you?

The art of planning has to do with one’s wittiness, I believe you can see that as a giving an answer and ‘a relating’ of something to something else, namely the mental activities embedded into the practical ones. Planning is a rational and pulsing aspect of the creative process that can involve the moment of ideation and its realisation. Planning can also come in the form of notes and archival material – for example, since 2009 I have been filling out a projects’ notebook where I gather studies and execution plans for my projects. 

All of your works are characterised by a very meticulous attention to details – “Crossage” is an example. What do you ask to your works/job?

I want it to be the result of organised values. 

How would you define your Modus Operandi? Is there a specific way you carry out your work?

My practice is solitary, like that of the painter, even though I am not. I’ve almost always worked with series, exploring various styles and now my attention is focused on drawing. Sometimes, the working time is pleasantly long – I prefer not to have any pressure on me. I go to my studio every day, even if only to read or listen to music for a while. 

What will never stop inspiring you?

The tensions caused by realities that I don’t appreciate and that I see as pained. However, the will to do things also comes from the encounter with beauty and what is made with love. As St Augustine would say – the things that instil hope!

Your work is somehow timeless and it definitely represents a “unicum” in the contemporary art scenario. For this reason, we would like to hear your take on what we would call “image culture” – do you think such thing exists? And, if so, where do you think it will lead us to?

Man-made images multiplied infinitely violating the boundaries between environment and psyche. It seems like there are more images of the world than the “world” itself, more shots than contemplations, more screens than eyes, more products than people, more signals than experience – isn’t this obsessions with taking photographs and having your photograph taken detestable? Yet, we are hungry slaves, maybe because seeing our reflection in the images frees ourselves from the limits of time and space. At the same time, this makes us feel temporary, in a way that once only belonged to the thought of death. We are not pushed to consider photography as murder (sacrifice, at best) because images make us feel like we are actually “living” as soon as we “post” them. Images always had a lot to do with electricity, from the onset of cinema up to our times, whether them being files uploaded on the internet or particles on a screen. Darkness retreats in the presence of these images, the time of our dreams is devoured by these luminous and synthetic depictions, that follow us at any time of the day and of the night. We are living in a constant technological dream that we partly chose ourselves, so the only thing that is left to do is, like Michael Ventura and James Hillman said, “start taking responsibilities in our dreams”. 

You talk about “responsibility’ – what does it mean to be “involved” for you?

It means to make filter actions, sabotaging or engage in acts of resistance. 

Before photographing the studio, we want to ask you one last question, our usual one. “Elevator pitch” is a term often used in cinema – you are in an elevator with a famous producer (curator, in this case) and you only have a minute to tell him/her something about your project. What would you say? Or what wouldn’t you?

“I’m claustrophobic”

Umberto Chiodi, born in Bentivoglio (BO) in 1981, graduated from the Accademia Delle Belle Arti in Bologna specialising in painting. He has been exhibiting in galleries and museum in Italy and abroad (Galleria Cannaviello in Milan, Galleria Michael Schultz in Berlin, Aeroplastic Contemporary in Bruxelles, National Art Gallery in Sofia). In 2011 Umberto was one of the finalists of Premio Cairo and in 2012 he won the Premio Michetti. His works are part of many important private and public collections in Italy and abroad (Collezione Bertolini and Museo del ‘900 in Milan, JP Morgan Chase Art Collection, New York). He lives and works in Milan since 2008.