Teresa Giannico

SCENARI – STUDIO VISIT

Entrando nello studio di Teresa sembra di trovarsi in un micro mondo, come in una matriosca che, a sua volta, contiene altri mondi ancora più piccoli: le sue scenografie in miniatura. In questo delizioso quadretto, affacciato su un cortile vecchia Milano, ogni cosa è al suo posto. Restiamo colpite dall’impeccabile gusto con cui l’artista ha trasformato un piano terra di neanche 20 mq, dandogli nuova vita.

Tra i toni del bianco e del celeste, come le ceramiche della sua Puglia, Teresa ci racconta sorridendo del suo imminente viaggio in un continente lontano, dopo un anno di troppo lavoro. Bastano pochi sguardi per capire come tutto rispecchi  il suo immaginario e la sua personalità. Teresa, come i suoi piccoli capolavori è un concentrato di creatività ed energia, ma organizzate con una saggia meticolosità.

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TERESA, CHE SIGNIFICATO HA PER TE LA PAROLA “PROGETTUALITÀ”?

Sono fedele a quello che significa, in senso letterale. Guardare nel tempo e muoversi nel tempo, in tutti gli ambiti della mia vita. Senza progettualità è tutto un terno al lotto. Sono sempre stata un po’ rigida in questo senso perché credo fortemente che per quanto un lavoro possa funzionare la prima volta, senza una progettualità, nell’accezione più concettuale del termine, non si sopravvive al secondo tentativo. È questo che per me che fa la differenza nel tempo.

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 HAI PARLATO DI UNA CARATTERISTICA SECONDO TE IMPRESCINDIBILE PER LA SOPRAVVIVENZA DI UN LAVORO, DELL’URGENZA DI AVERE UNA PROGETTUALITÀ SOLIDA E IN CONTINUO SVILUPPO, COS’ALTRO CHIEDI INTIMAMENTE AL TUO LAVORO?

Come osservatrice del mio stesso lavoro chiedo che mi ponga delle domande, che non mi trascini in una realtà specifica, che mi dia diverse chiavi di lettura. Chiedo poi di convincermi.

Come autrice, invece, cerco la fisicità dell’azione; per alcuni questo può significare muoversi nello spazio, mentre io ho bisogno proprio di crearlo da me quello spazio.

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POGGIAMO PER UN’ISTANTE LA LENTE D’INGRANDIMENTO, PER GUARDARCI INTORNO; UNA DOMANDA RETORICA: LAVORARE IN ITALIA, ANDARE VIA DALL’ITALIA, SOPRAVVIVERE IN ITALIA, QUALE AFFERMAZIONE SCEGLI?

Sopravvivere in Italia.
Perché è una conseguenza del lavorare in Italia, che significa non avere mai una tranquillità economica e psicologica, ma questo si sa. Io adoro l’Italia, mi piace nonostante le sue contraddizioni e non vorrei vivere in un altro posto.
Di sicuro un aiuto importante, che mi rende così convinta, sta nel fatto che lavorare qui significa condividere il lavoro in Europa. 
Mi ha amareggiato ad esempio quello che è successo in Inghilterra, penso che in quell’occasione per la prima volta ci siamo sentiti tutti un po’ più europei e che tutti ci siamo visti togliere un pezzo; credo che molti artisti inglesi stiano sentendo lo stesso malessere, essere fuori adesso assomiglia ad essere in una gabbia.

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COME HAI DETTO TU PARLANDO DELL’ITALIA EMERGE SEMPRE LA PAROLA CONTRADDIZIONE, SPECIE SE SI PARLA DI ISTITUZIONI. DA ARTISTA CHE “RIMPROVERO” TI SENTI DI FARE?

Penso che se qualcosa si muove di sicuro non è grazie al supporto pubblico, ma questo ormai è diventato così normale da essere retorica. Io personalmente sono cresciuta in mezzo ad istituzioni che spesso mi hanno più impoverito che dato. E’ inutile negare che se facciamo dei passi in avanti lo dobbiamo ad alcune realtà private, dalle più grandi alle energie di quelle più piccole.

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SPESSO QUESTE REALTÀ PRIVATE DI CUI TU MI PARLI HANNO A CHE FARE CON LA MODA, CHE LEGAME C’È TRA QUESTI DUE MONDI OGGI? SE C’È.

I punti di vista sono tanti. E’ un connubio che può funzionare, basti pensare a tutte le fondazioni che mettono a disposizione le loro collezioni e organizzano mostre di grande interesse. 

La trovo un’unione abbastanza naturale, gli stilisti sono dei creativi e spesso dei collezionisti.  Parlando invece di fotografia nell’ambito della moda per me nasce una distanza: a mio parere ha obiettivi più funzionali, l’arte invece ha urgenze diverse. Ad esempio quando lavoravo in questo mondo, ricordo che avevo a che fare con centinaia di immagini al giorno, mentre io mi sento lontana da quella frenesia e sono abituata a lavorare su una sola immagine per settimane.

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RIMANENDO SU QUESTO TEMA ALLORA TI CHIEDO COME VORRESTI CHE VENISSE VALORIZZATO IL TUO LAVORO, COSA PENSI CHE SI DEBBA FARE PER AIUTARE LA FOTOGRAFIA A FARE COME DICI TU “DEI PASSI AVANTI”?

Molte volte abbiamo bisogno di aiutarci a vicenda. In questo momento, nonostante ci siano personalità e stili molto diversi fra loro, mi piacerebbe appunto che emergesse una scena fatta di personalità e stili diversi.

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ELEVATOR PITCH È UN TERMINE CHE VIENE MOLTO USATO NEL MONDO DEL CINEMA: SEI SU UN ASCENSORE CON UN IMPORTANTE CURATORE, HAI POCHI SECONDI PER DIRGLI QUALCOSA SUL TUO LAVORO, ABBOZZERESTI QUALCOSA O OPTERESTI PER UN CLASSICO SILENZIO?

Che imbarazzo! No, no, non direi nulla, al massimo lo inviterei a bersi un caffè nel mio studio!

Teresa Giannico nasce ad Acquaviva delle Fonti (BA), nel 1985. Nel 2012 completa il master Photography and Visual design, Fondazione Forma per la fotografia e NABA a Milano. Nel 2015 è tra gli artisti selezionati per Plat(form), Museo di Winthertur (CH). Nel 2016 prende parte al Festival Circulation, Parigi (FR). Tra le sue attività più recenti in Italia: installazione per la mostra “Diffusa” curata da Luca Panaro a Carpi e la collettiva “On the new Italian photography” curata da Fantom presso la galleria Viasaterna, Milano. Teresa attualmente vive e lavora a Milano.