Sarah Cosulich

MUTINA – SURFACE MATTERS – STUDIO VISIT

Siamo state a Modena,  per la precisione a Fiorano Modenese dove Mutina, azienda conosciuta in tutto il mondo per le sue ceramiche, ci ha mostrato il suo amore per l’arte, attraverso la voce e il lavoro della curatrice Sarah Cosulich, che ha accettato la sfida di creare un nuovo rapporto tra opera e display, con l’exhibition SURFACE MATTERS. Le importanti opere fotografiche in mostra, selezionate dalla collezione di Massimo Orsini si confrontano con lo sguardo, la superficie e la loro stessa narrazione. Il dialogo diretto creato attraverso arte e materia, interpreta a pieno la filosofia di Mutina for Art, dimostrando il triplice impegno dell’azienda: a livello espositivo, di sostegno e di produzione, come sottolinea la curatrice.

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SARAH, QUAL E’ STATO IL TUO MODUS OPERANDI NELLA COSTRUZIONE DI QUESTA MOSTRA?

Questa mostra si può considerare il risultato di un cortocircuito. Quello tra un percorso di immagini e una nuova “narrativa” dello spazio. L’edificio di Mangiarotti è un contenitore unico e il modo di concepire gli allestimenti ceramici di Mutina è speciale e raro per un’azienda. Qui c’è una grande sensibilità nei confronti di forme e volumi, una passione unica per il materiale e un grande rispetto per la qualità e la bellezza. La stessa passione e lo stesso rispetto che ci sono per le opere d’arte e per gli artisti. L’idea di coniugare la presentazione dei lavori in mostra (normalmente esposte in uno spazio dedicato) con le ambientazioni ceramiche è nata in modo spontaneo vivendo questo luogo. Mi sono resa conto che qui esistevano le condizioni per far nascere un nuovo rapporto tra opera d’arte e display. Mutina offriva la possibilità di uscire dal white cube e sfidare le tradizionali regole allestitive, immaginando qualcosa di diverso.

IN UNA PRECEDENTE INTERVISTA HAI RACCONTATO DELLA FILOSOFIA DI MUTINA, CHE CREDE FORTEMENTE NEL RUOLO DEGLI ARTISTI, LI SOSTIENE, MA SOPRATTUTTO VEDE IL LORO LAVORO COME UNA FORMA DI CONTAMINAZIONE POSITIVA DELL’AZIENDA, COME HAI SOTTOLINEATO, UNA VISIONE PIUTTOSTO VISIONARIA, SAREBBE BELLO SE FOSSE PIU’ CONDIVISA NON TROVI?

Il nostro desiderio è quello di condividere il più possibile. Il progetto Mutina for Art nella sua triplice natura – espositiva, di sostegno e di produzione – è pensato per poter contaminare ed essere contaminato in modalità diverse. Lo scambio tra l’azienda e il suo contesto – architetti, designer, fotografi, giornalisti oltre che clienti – avviene in modo molteplice e virtuoso.  E la filosofia di Mutina è proprio quella di credere nel “nutrimento” che l’arte può portare a entrambi, da tanti punti di vista. Ogni mostra, dal suo sviluppo alla sua fruizione, è parte integrante della vita aziendale oltre ad essere aperta al pubblico. Credo che questo modello, nato dalla passione di Massimo Orsini e da lui promosso, rappresenti un esempio di sostegno alla creatività che beneficia chi produce arte tanto quanto chi la sostiene.  Connettere in modo sensibile la comunicazione a dei meccanismi virtuosi per il sistema dell’arte è un’esigenza sempre più sentita ma richiede un impegno coerente e una visione speciale.

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UN VERO E PROPRIO IMPEGNO QUELLO DI MUTINA, CHE VA OLTRE LE STRATEGIE DI MARKETING E SI APRE AD UN DIALOGO CHE CI RIPORTA A SINERGIE STORICHE TRA ARTE ED AZIENDA, LE STESSE CHE NEL PASSATO HANNO DATO VITA A RISULTATI STRAORDINARI, ANCHE IN QUESTO CASO INFATTI L’INTERAZIONE TRA FOTOGRAFIA E LE SUPERFICI CERAMICHE HA AVUTO UN ESITO ESTREMAMENTE INTERESSANTE ED APPUNTO “INEDITO”, E’ STATA UNA SFIDA DIFFICILE? 

Devo ammettere che ero piuttosto spaventata da questa sfida. Non mi confrontavo più con delle superfici “neutrali” ma dovevo tener conto di diverse limitazioni cromatiche, di scala, di percezione visiva. Le opere selezionate per la mostra Surface Matters rappresentavano già di per se’ relazioni molto interessanti dal punto di vista di soggetto, approccio, tecnica o narrazione e un allestimento di questo tipo diveniva un’ulteriore stratificazione. Mi sono resa conto però che i moduli espositivi e le superfici ceramiche in questo spazio potevano fornire un dialogo inaspettato, anche se per farlo dovevano essere incorporati nella narrazione e non considerati un limite. Ho cercato di approcciare l’allestimento con questa idea e devo dire che si è rivelato poi un processo straordinariamente stimolante. E’ stato incredibile vedere come le fotografie di Louise Lawler si arricchivano nel loro rapporto con un pattern che era quasi un bassorilievo, come le fotografie di Zoe Leonard emergevano su un gioco di smalti che appariva quasi concettuale; come le linee della ceramica sullo sfondo di Richard Prince sembravano i capelli di Cindy Sherman ritratta nella famosa opera del 1980; come i paesaggi di Luigi Ghirri apparivano stratificati e carichi di intensità; o come la stessa fotografia di Man Ray sembrava, oltre ad una veduta satellitare, anche un close-up della materia. E’ stato anche per me un percorso sorprendente.

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NON A CASO “SURFACE MATTERS” E’ IL TITOLO DELLA MOSTRA, HAI VOGLIA DI RACCONTARCI QUALCOSA IN PIU’ SU QUESTA SCELTA?

Surface Matters è un gioco di parole. Tocca alcuni aspetti tra cui l’idea di superficie ceramica e il suo essere terra, materia. Dire “la superficie conta” vuol dire anche superare il concetto di superficie come qualcosa di non attraversabile dallo sguardo. La superficie qui è intesa come qualcosa di più profondo: non la carta fotografica ma l’immagine, quella materia dalla quale prendono forma sogni, visioni e riflessioni.

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SFIDARE L’ALLESTIMENTO TRADIZIONALE ANCHE PER APRIRE NUOVE FRONTIERE DI COLLABORAZIONE E DI VALORIZZAZIONE RECIPROCA, TRA DESIGN, ARTE E PRODUZIONE INDUSTRIALE, COME DEFINIRESTI QUESTO ESITO?

Ci siamo messi in gioco e abbiamo provato a giocare in modo sensibile. Il progetto in fondo è nato come un incontro “rispettoso” tra diverse forme di creatività. Credo che l’esito sia espresso nella naturalezza di questo incontro, che rimane però aperto al giudizio di chi lo guarda e lo vive.

We’ve been to Modena, where Mutina, world-wide known ceramic firm, showed us its love for art, through the voice and work of the curator Sarah Cosulich, who took on the challenge of creating a new relationship between the artworks and their display with the exhibition called SURFACE MATTERS. We are pleased to discover the power of Sarah’s original narrative, that perfectly mirrors the “Mutina for Art” philosophy,  putting on show the brand’s triple commitment – at the exhibition, support and production level, as highlighted by the curator herself.

How would you describe your modus operandi when it came to approaching the Mutina collection and the construction of this exhibition?

This show could be considered as the result of a short circuit so to say, one between the images and the new space “narrative”. The Mangiarotti building is a unique container and the way Mutina conceives its ceramics set-up is very rare in comparison to similar brands. Great attention is paid towards shapes and volumes, a unique passion for the materials and a great respect towards quality and beauty, one that is also shown for the artworks and the artists. The initial idea of exhibiting the artworks together with the ceramics set-up was naturally born from living in and experiencing this space. I realised that a new relationship between the artworks and the way they were going to be displayed could have been possible. Mutina was offering the possibility to escape the white cube and challenge the traditional exhibition rules, imagining something completely new.

In a previous interview you explained the philosophy behind Mutina – deeply believing in the artists’ role, supporting them, but most importantly considering their work as a form of positive contamination for the firm. This is a very ambitious vision and wouldn’t it be great if it were more widely shared?

Our desire is that of sharing as much as possible. “Mutina for Art” with its triple-nature – exhibition, sustain and production – has been designed in order to contaminate and be contaminated in various ways. The exchange between the company and its context – meaning architects, designers, photographers, journalists as well as clients – happens in a very natural and virtuous way. Mutina’s philosophy, in fact, is one that chooses to believe in the “nourishment” that art can bring. Each and every exhibition, from its conception to its fruition, is not only open to the public but also an integral part of the firm’s life. Personally, I believe that this approach – born from Massimo Orsini’s passion – should be taken as a role model and serve as an example of how creativity should be alimented in order to bring benefits to both the ones who produce it and the ones who support it. Now more than ever the art world needs to find a way to communicate via virtuous mechanisms, however, this requires a coherent commitment and a special vision.

That of Mutina can be said to be a real commitment that goes beyond marketing strategies. It also opens the doors to a dialogue between the art and the industry world, which reminds of historical synergies that gave life to extraordinary results. In fact, even in this case, the interaction between photography and ceramic surfaces produced “unprecedented” results. Was it a difficult challenge?

I have to be honest – I was pretty scared about this challenge. I wasn’t going to be dealing with “neutral” surfaces, thus I had to take into account various limitations such as colour shades, various scales and unusual visual perceptions. Surface Matters’ selected works already contained interesting relationships between one another as far as themes, approaches, techniques and narratives were concerned. On top of these elements, the type of set-up was going to give additional stratification to the image reading. However, I came to realise that the exhibiting modules and the ceramic surfaces could result into an unexpected dialogue, but to do so they had to be incorporated within the narrative and not be considered as a limitation. With this in mind, I approached the project and, I have to say, that it turned out to be a very stimulating process. It was incredible to see how Louise Lawler’s photographs were being enriched by the surface pattern that turned them into a sort of bas-relief; how Zoe Leonard’s ones were standing out on the ceramics polish creating some sort of conceptual game; how the ceramic lines beneath Richard Prince 1980’s painting looked like Cindy Sherman’s hair; how Luigi Ghirri’s landscapes seemed somehow embedded in the surface and richer in intensity; or how the actual Man Ray photograph seemed not only a satellite view but also a close-up of the matter. It was a surprising process for me as well.

Not without reason “Surface Matters” is the exhibition title. Could you tell us why?

Surface Matters is a play on words. It touches upon the idea of the ceramic surface and its being soil, matter. To say that “surface matters” means overcoming the concept of surface as something not “permeable” with the eyes. The surface here is intended as something more profound – not the photographic paper but the image itself, that “substance” from which dreams, visions and reflections take shape.

You challenged the traditional exhibition set-up in order to push the boundaries of collaboration and self-promotion between art, design and industrial production. How would you define the final outcome?

We put ourselves out there and tried to play sensibly. At the end of the day, the project was born with the intent of creating a “polite” encounter between various forms of creativity.  I believe that you can determine whether this was a success or not by looking at the spontaneity of this encounter, bearing in mind that this latter lives in the eyes of those who experience it.
 

Installation views by Matteo Pastorio

Mutina, which represents a brand-new way of looking at ceramics, enters the world of contemporary art through an ambitious and multi-faceted project called Mutina for Art, which includes MUT – a dedicated exhibition space within its headquarters – This is Not a Prize – an important prize awarded annually – and Dialogue, a programme of collaborations with artists, galleries and partners as well as international artistic institutions. Sensibility towards form and a desire to innovate and incorporate the most heterogeneous visual inspirations of the present world, have been Mutina’s features from its very beginning: now they develop further into a new program in which contemporary art is the absolute protagonist. Sarah Cosulich’s involvement as curator coincides with the company’s desire to give an articulated structure to its commitment towards contemporary art, making it a source of influence, experience and, above all, a territory of exchange.