SARA RICCIARDI

TAKE YOUR CHANCE – STUDIO VISIT

Arriviamo nello studio di Sara Ricciardi, in zona Chiesa Rossa a Milano, in uno dei momenti peggiori dell’ anno: pochi giorni prima dell’inizio della design week, nel pieno della fase d’allestimento. Dopo la nostra chiacchierata ci è molto chiaro come sia riuscita a trovare del tempo da dedicarci: Sara è una di quelle persone animata dal fuoco sacro del “fare” e di tutto ciò che con questo verbo fa rima. Nel suo piccolo studio, che presto lascerà per dare spazio a nuovi progetti, tutto è movimento. Ed è proprio in quel magma creativo, al limite del caos, che tutto accade. Bastano pochi istanti per capire che l’energia di Sara è tutta intorno a noi, il suo lavoro la riflette e viceversa, con una purezza quasi ancestrale: in bilico tra una celebrazione sacrale della vita e un atteggiamento sfacciatamente giocoso, di chi sa che oggi non siamo quello eravamo ieri, e va bene così. Mentre la ascoltiamo parlare dell’Italia, dell’arte e del nuovo corso di danza giapponese intrapreso, una splendida frase di William Blake torna alla nostra memoria:  “Who desires but acts not, breeds pestilence”.

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SARA, NEL TUO STUDIO UNA SORTA DI CAOS ORDINATO SEMBRA REGNARE SOVRANO, SIAMO CURIOSE DI CHIEDERTI: QUAL E’ IL TUO MODUS OPERANDI?  

Oggi vedete il mio studio così, domani probabilmente sarà diverso. Vivo nel caos perché è il caos che mi permette di generare un ordine di possibilità. In questo “casino”, che io definisco un “magma creativo” ,non c’è un finito – tutto accade – e questo mi dà una grande energia. Non voglio fossilizzarmi: voglio tenere in vita questo processo creativo. Raccolgo cose in ogni punto della terra e mi piace metterle insieme per creare una narrativa che ha a che fare con la mia esperienza: porto tutto nei miei racconti. D’altronde l’eco delle cose ha a che fare con il mio essere italiana, campana per l’esattezza! In Italia ogni pietra parla. 

LE TUE OPERE SONO UNA COMBINAZIONE TRA DIVERTIMENTO, FATALISMO E UNA SORTA DI SACRALITA’ CHE CI RICONDUCE AD UNA TRADIZIONE, COME TU STESSA DICI, DEL TUTTO ITALIANA.

Io sono cresciuta in un ambiente religioso, non perché i miei genitori fossero particolarmente credenti, ma ho frequentato le scuole cattoliche e ciò che mi ha sempre affascinato è l’aspetto celebrativo. L’ultima serie di vasi che ho prodotto, se li appoggi ai bordi del tavolo puoi creare una sorta di teatro, ma con i fiori. Abbiamo molto da imparare dai fiori, io li conservo anche quando sono secchi, perché ci insegnano a vivere la morte, cosa che per noi italiani è un tabù: io la trovo un ultima posa bellissima. Pratico da anni infatti una danza giapponese che si chiama Butoh,  che aiuta ad elaborare l’idea della morte.

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“LA COMPLESSITA’ NON SI PUO’ RISOLVERE, SI PUO’ SOLO GESTIRE”, E’ UN APPUNTO TROVATO NEL TUO STUDIO CHE HA COLPITO SUBITO LA NOSTRA ATTENZIONE…

Mi incoraggia a trovare soluzioni, sopravvivere per imparare a vivere. La cosa più difficile qui è non morire a livello burocratico: chi è un imprenditore in Italia è un eroe. Una volta capito come fare fronte a questa burocrazia non puoi fermarti, devi continuare a cavalcare.

VIVERE E LAVORARE IN ITALIA. NON SAPPIAMO PERCHE’ MA A NASO DIREMMO CHE TU HAI SCELTO DI RESTARE E FARE.

Ho viaggiato molto e sono stata a New York per un periodo, lì ho imparato cosa vuol dire essere fattivi: mi ha dato una sterzata. Oggi mi dici “facciamo?”, io ti rispondo “facciamo”. Non abbiamo la betoniera? Esco a chiederla (dice indicando un gruppo di muratori che stanno lavorando nel cortile). Qui devi essere uno squalo, non si può negarlo: c’è bisogno di molta calma ma anche una sorta di fermezza che può toccare punte di aggressività, per difendere il tuo lavoro. Molte cose in Italia non vengono considerate come lavoro e quando sei giovane non hai le spalle coperte.

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SARA COSA VUOI CHE ARRIVI AGLI ALTRI DAL TUO LAVORO? 

In questo momento? Io parlo sempre del presente e tutto cambia. La mia esperienza si modifica, ma ciò che conta è il racconto, che deve essere personale. Non seguo trend, non mi interessa, devo mettere me stessa in un progetto, in modo onesto, nel bene o nel male. E’ l’atto stesso del progettare che rende le cose preziose, che fa di noi degli umani. Ecco perché oggi sono a Camerino a costruire una tendopoli e domani sto lavorando ad una linea di oggetti di lusso, dal design ludico. 

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ELEVATOR PITCH. LA NOSTRA DOMANDA DI RITO: SEI IN UN’ASCENSORE CON UN IMPORTANTE CRITICO E HAI POCHI SECONDI PER RACCONTARE IL TUO LAVORO..COSA GLI DIRESTI? 

Io credo che il mio lavoro si veda già nella mia persona. C’è già un racconto nella tua presenza. A volte le parole sono superflue. 

We meet Sara Ricciardi in her studio in Milan, in a neighbourhood called Chiesa Rossa [“Red Church”] in that period of the year we consider the worst of them all – the days prior Milan Design Week, right in the midst of the set-up.  Only after our studio visit we understand how Sara managed to find some spare time – she is one of those beings guided by that incredible “will of doing”, and everything that rimes with it. In her small studio, that she will soon be leaving to give life to new projects, everything is in motion. Here where this “creative magma” is (borderline with chaos) everything is brought to life. It doesn’t take long to realise that Sara’s energy is all around us; her work mirrors it and vice versa, with a purity that is almost ancestral – on the threshold between a sacred celebration of life and a cheekily playful attitude, typical of those who know that today we are not the ones that we were yesterday and that’s ok. Whilst we listen to her talking about Italy, art and her Japanese dance classes, a wonderful quote by William Blake leaps to mind – “Who desires but acts not, breeds pestilence”.

Sara, some sort of orderly chaos seems to be king in your studio. We are curious to know more about your Modus Operandi.

This is how my studio looks like today – most probably it will be completely different tomorrow. I live in chaos because chaos allows me to create an order of possibilities. In this “mess”, that I like to call “creative magma”, there is no end – everything is happening and this fuels me. I don’t want to become fossilised – I want to keep the creative process alive. I gather things from the earth and I put them together in order to construct a narrative that somehow relates to my personal experiences – every small thing ends up in my stories. After all, the echo of things resonates with me being Italian, from Campania to be specific! In Italy every stone talks. 

Your pieces are a mixture of playfulness, fatalism and a sort of sacrality that trace back to Italian traditions.

I was raised in a religious environment – not because my parents were particularly observant, but because I attended Catholic schools. What has always amused me is the religion’s celebratory aspect. With the last series of vases I made, you can create a sort of theatrical representation if you place them on the edges of the table with flowers inside. We have a lot to learn from flowers, I’m used to keeping them even once withered, because I believe they teach us how to live with the idea of death, which is for us Italians a taboo: I consider it to be a beautiful last pose. In fact, I have been practising for years a Japanese dance called Butoh, that helps elaborate the thought of death. 

We suppose you’ve decided to live and work in Italy..

I’ve travelled a lot and I have lived in New York for a while. There, I’ve learned what it means to be active – it changed me radically. If today you ask me “shall we?” I answer “we shall”. We don’t have the concrete mixer we need? I’ll go out and find it (she says, pointing towards some workers in the courtyard). In Italy you must be a shark, it cannot be denied – one needs calm but also some sort of firmness (that can sometimes reach peaks of aggressiveness) in order to stand up for your work. Many jobs in Italy are yet to be considered as such and when you are young you don’t have your bases covered. 

“Complexity cannot be resolved, it can only be managed” – it’s a maxim that caught our eye.

It encourages me to find solutions – surviving in order to learn how to live. The goal here is not to let bureaucracy kill us – an entrepreneur in Italy is a hero. Once you learn how to survive the bureaucracy, you cannot stop – you have to keep riding.

Sara, what would you like to get across with your work?

Everything is a-changing, so I can only tell you what I would like to pass on at this exact moment. My experiences mutate but what matters is the narrative, which needs to be personal. I don’t follow any trend, I don’t care for those things – I put myself into a project, in an honest way, for better or worse. It’s the act of designing itself that makes things precious – what makes us humans. For this very reason today I am in Camerino building a tent city and tomorrow I am working on a line of luxury design products.

Elevator pitch – our usual final question. You find yourself in an elevator with a famous art critic and you only have a few seconds to say something about your work. What would you say?

I think I am a mirror of my own work. There is a story in your presence already. Sometimes words are redundant. 

Sara Ricciardi: Born in Benevento / Italy / 28 years ago/eating pomegranates/ drawings on walls/running in the fields/stories of witches/ Greek and street theatre//unexpected meeting/Milan/NABA/ raging curiosity/ nocturnal coffee maker/researcher of possibility/new life in Turkey/daily loves/NYC studies//set designer/cocept&brainstorming/products development/art residencies/co-founder at LA LATTONERIA/ Social design teacher at NABA / teacher at Domus Academy / Art director a/ workshop leader / busy 24 hrs in building up new visions.