Martina Corà

SIGNUM – STUDIO VISIT

“Oppure si mediti su qualsiasi cosa si adatti a voi naturalmente”, diceva il maestro indiano Patanjali. Ci piace introdurre lo studio di Martina Corà con questa frase perché la naturalezza nell’approcciare l’arte è ciò che si respira in questa piccola dimensione nel cuore di Milano, dove Martina vive e lavora. La sua casa studio è una sorta di “grotta” contemporanea, seminata di oggetti che ci raccontano di un viaggio o di un istante di vita vissuta. Insieme a Martina parliamo del suo rapporto di complicità con la fotografia e di un obbiettivo che piano piano si è rivolto dall’esterno verso l’interno, elaborando linguaggi nuovi in grado di dare forma ai più impercettibili movimenti della nostra presenza.

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MARTINA, NEL TUO LAVORO C’E’ TANTA INTERSEZIONE TRA FOTOGRAFIA E DIVERSI MEDIA CHE CARATTERIZZANO LA NOSTRA CONTEMPORANEITA’, VUOI RACCONTARCI QUALCOSA IN PIU’ SUL TUO MODO DI PENSARE L’OPERA? QUAL E’ IL TUO MODUS OPERANDI?

Lo definirei un processo inconscio, una necessità che banalmente nasce dal senso della vista, per questo mi sono avvicinata alla fotografia: per la sua natura documentatrice attraverso l’occhio umano.  Sono sempre stata molto curiosa, ma essere un’osservatrice vuol dire anche stare in disparte e in questo senso la fotografia mi è sempre stata complice: la macchina è un mezzo perfetto dietro cui nascondersi ed esplorare il mondo.  Si potrebbe riassumere con uno schemino:  Osservazione del mondo esterno —> interpretazione personale —> nuova esposizione sul tema —> confronto con terzi —> osservazione del tema da parte di terzi —> interpretazione personale da parte di terzi e qui idealmente, si mette in moto un nuovo modus operandi, non più mio, ma basato sempre sullo stesso concetto di osservazione. Ora sto vivendo una sorta di cambiamento nella mia pratica e ho iniziato a rivolgere questo sguardo verso l’interno, provare ad utilizzarlo per guardarmi dentro e dare più voce a quelle turbolenze che iniziano a farsi sentire..

COSA NON SMETTERA’ MAI DI ISPIRARTI?

Internet, la musica, il cinema, la meditazione, il confronto con le persone, una passeggiata in montagna…la mia natura curiosa spesso mi fa finire in luoghi (reali e non) che mi aiutano ad ampliare gli orizzonti e ad annullare paure e pregiudizi, quindi cerco di non pormi limiti in questo senso, ma di lasciarmi influenzare dal mondo esterno mantenendo un atteggiamento che definirei cordiale. 

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ARTE E FOTOGRAFIA, FOTOGRAFIA COME ARTE? TI DEFINIRESTI ARTISTA O FOTOGRAFA?

Non so ancora se sono in grado di definirmi, magari tra 20 anni lo avrò capito! Per il momento mi considero una persona abbastanza ricettiva e non mi sento legata a nessun media in particolare, naturalmente la fotografia è stata e rimane un punto di partenza e di ritorno importante per me, ma penso che qualsiasi media possa diventare arte, nel momento in cui venga approcciato con quella intenzione. 

Ora mi sto avvicinando alla scultura, perché mi aiuta a dare forma ad un movimento che parte dall’interno, in modo più libero, come una sorta di rito propiziatorio: per Manifesta, a Palermo, vorrei lavorare alla costruzione di un oggetto la cui vita ha la durata stessa di una processione.. una sorta di rito, appunto..

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A PROPOSITO DI RITUALITA’, IL LAVORO DI CUI MI PARLI SI LEGA ALLA NOSTRA TRADIZIONE ITALIANA, QUAL E’ IL TUO LEGAME CON IL NOSTRO PAESE? HAI MAI PENSATO DI LASCIARE L’ITALIA?

No, non ho mai davvero pensato di lasciare l’Italia, ho sempre visto Milano come un terreno di gioco fertile in cui sperimentare e col tempo ho iniziato a trovare la mia dimensione. Dopo 10 anni in questa città, continuo a sentirmi molto stimolata dalle persone e dalle cose che succedono intorno a me, e quando a volte diventa tutto un po’ “troppo”, basta voltare lo sguardo verso le montagne, andare sempre dritto e salirci sopra!

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ELEVATOR PITCH. LA NOSTRA DOMANDA DI RITO: SEI IN UN’ASCENSORE CON UN IMPORTANTE CRITICO E HAI POCHI SECONDI PER RACCONTARE IL TUO LAVORO..COSA GLI DIRESTI? 

Un po’ come per questa intervista, sorriderei e uscirei di scena con un enigmatico ma prezioso “JAI GURUDEV” : )

We would like to introduce this studio visit with a quote by Indian Master Patanjali – “Meditate on what naturally conforms to you”. Martina Cora’ ’s house and studio show a very spontaneous and natural approach to art and it feels like a small parallel dimension right in the heart of Milan. Her studio is a sort of modern “cave”, scattered with objects belonging to her trips and to her personal experiences. We talk with Martina about her relationship with photography – one of complicity – and of an objective that was once pointed towards the outside and is now slowly shifting towards the inside, allowing her to develop new styles which give actual shape to the most subtle movements of our being..

Martina, your work merges photography and other media, creating a mix that characterises our contemporaneity. Can you tell us more about your way of producing art and your Modus Operandi?

I would define my process as unconscious because it sprouts from a necessity that simply arises from my sense of sight. For this reason, I approached photography in the first place – a tool for documenting through the human eye. I have always been very curious; however, being an observer also implies keeping a distance. In this aspect photography served me well – I can hide behind the camera and explore the world. This whole mental process could be summarised with this simple outline; observation of the external world  -> personal interpretation -> new presentation of the theme -> confrontation with the other -> the other observing the theme -> the other’s personal interpretations. Here is where my modus operandi stops and, ideally, someone else’s starts based on the same initial concept of observation.

I am now experiencing a shift in my practice and starting to observe the “inside” rather than the “outside”; what I mean is I am looking into myself and giving voice to those internal turbulences that begin to rumble.. 

Art and photography, photography as art – would you define yourself as an artist or a photographer?

I am not able to define myself yet – maybe I will in 20 years time! I consider myself to be a quite receptive person and, for the time being, I don’t feel strongly attached to any medium specifically. Photography, of course, has been important both as starting and returning point, but I feel that every medium could become art when approached with those intentions.

I have now approached sculpture because it allows me to give actual shape to a motion that grows from the inside in a freer way, like some sort of propitiatory ritual. For “Manifesta” (Palermo) I would like to create an object that has the same lifespan of the actual religious procession.. like some sort of ritual, indeed..

Talking about rituals, the work you have just mentioned is strongly linked to the Italian tradition. How would you describe your relationship with our country and, have you ever thought of leaving?

No, I have never really thought about leaving the country. I have always considered Milan to be a very fertile playground where I could experiment and, in time, I have managed to find my dimension.  After 10 years spent in this city, I still feel inspired by people and things surrounding me. When at times things start feeling a bit “too much” what I do is look at the mountains, keep walking straight and climb on top of them!

What will never stop inspiring you?

Internet, music, cinema, meditation, confrontation with others, a walk in the mountains.. my curiosity often takes me to places (real but also fictional) that help me expand my horizons and erase fears and prejudices, so I tend not to set boundaries but let myself be inspired by the external world keeping an attitude that I would define as “friendly”.

Elevator pitch – our usual final question. You find yourself in an elevator with a famous art critic and you only have a few seconds to talk about your work. What would you say?

As for this interview, I would smile and bow out with an enigmatic yet precious “JAI GURUDEV”.

Martina CoràComo, 1987. Lives and works in Milan.
After graduating in 2009 from the European Institute of Design (IED) in Milan, she began to develop an ever greater interest in landscape photography linked to the intersection of Italian tradition, new media and net art. She dedicates her work to the most popular applications of photography in order to investigate social values and communicative meanings.
 Her work is playful in its reapproriation, creating witticisms that explore a friction between high resolution “real world” themes and the low resolution internet form. Among her group shows, we might mention: Untitled 1 at the Galleria Castelli (Milan, 2009), Untitled 2 (Milan, 2010), Self Publish, Be Naughty at MiCamera (Milan, 2011), Viaggio in Italia? (Savignano, 2014), 2016 / On New Italian Photography at Viasaterna (Milan, 2016) and SIG NUM at Nowhere Gallery (Milan, 2017). Since 2016 she has been represented by Viasaterna.