Luca Massaro

GLUQBAR – STUDIO VISIT

“You cut a hole in the building and people can look inside and see the way other people really lived.. it’s making space without building it”. Ci piacerebbe iniziare questa studio visit con questa famosissima frase di Gordon Matta-Clark, perfetta per introdurre l’artista e fotografo con base a Milano Luca Massaro. La sua casa-studio Gluqbar è un luogo che si ispira proprio a quello che era “Food” per Matta-Clark (per citare solo uno dei diversi riferimenti): un’ “architettura senza pareti”, un luogo di aggregazione in cui incontrarsi, scambiare opinioni, esporre e lavorare. Gluqbar è una galleria, casa e studio d’artista, che vuole dialogare con la tradizione della “Casa & Bottega” italiana quanto con le possibilità e limiti della sharing economy e delle derivanti nuove figure professionali ai tempi del “precariato imprenditoriale”. Con Luca parliamo di luoghi immaginari che diventano reali e di come l’arte possa divenire strumento per far sì che i limiti si trasformino in possibilità..

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..GLUQBAR, GIA’ QUESTO NOME CI DA’ DUE RIFERIMENTI: UN LUOGO PRECISO ALL’INTERNO DELLA CITTA’ E LA PAROLA BAR.. RACCONTACI QUALCOSA IN PIU’ SU QUESTO PROGETTO..

Il nome suona come quello di un bar di periferia (si trova in Via Gluck, zona Stazione Centrale), ma con la variazione della lettera “Q” rispetto al toponimo, richiama anche Uqbar, la città immaginaria borgesiana (*lön, Uqbar, Orbis Tertius è un racconto dello scrittore argentino Jorge Luis Borges). Finanziato con gli affitti Airbnb e i lavori dello studio, Gluqbar è uno spazio espositivo no-profit flessibile (il progetto curatoriale era nato a Reggio nel 2015), con l’obiettivo di produrre installazioni pubbliche site-specific, materiale virtuale e stampato, progetti off-site e online.

Gluqbar così non è più solamente il mio studio e un mio spazio privato, ma diventa un ambiente pubblico, attivato dalla collaborazione con altre persone: ci facciamo mostre, feste, cene, ci lavoro o lo affitto, o a volte semplicemente ci troviamo qui per un caffè o un cocktail, come in un bar. Come in molti esempi di “ambienti” o “arte abitabile”, e in particolare in FOOD (ristorante co-fondato a New York nel 1971 da Gordon Matta-Clark), utilizzo gli elementi architettonici e semantici del “bar” per creare l’idea di uno spazio aperto e conviviale che esiste solo nell’incontro con il pubblico.

Per qualcuno può rievocare l’“evento” sociale dell’opening, che ironicamente sempre più spesso assomiglia a un bar, o l’ibridazione degli spazi e discipline artistiche; ad altri può ricordare una peculiarità della storia dell’arte milanese, in cui il bar si sostituisce allo studio d’artista e diviene punto di incontro e riferimento – dal Bar Jamaica nel dopoguerra agli altri bar e club oggi.

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PARLANDO DI MATTA-CLARK VENGONO IN MENTE I SUOI “BUILDING CUTS” DEI VERI E PROPRI BUCHI RICAVATI NEI PAVIMENTI E NEI SOLAI, INTACCANDO L’IDEA DI FISSITA’ LEGATA AD UN IMMOBILE, APRENDOLO AL DIALOGO CON “L’ESTERNO”, PIEGANDO LA STRUTTURA AL VOLERE DELL’ARTISTA E TRASFORMANDOLA IN ELEMENTO D’ARTE.. IN GLUQBAR UNA BOTOLA DA’ ACCESSO AD UNA SCALA A CHIOCCIOLA CHE COLLEGA LA TUA CASA AD UN LUOGO CHE HA A SUA VOLTA UN’APERTURA CON L’ESTERNO..

Gluqbar vuole dialogare tanto con la tradizione della “Casa & Bottega” italiana (studio con vetrina su strada e abitazione al piano di sopra) quanto con le possibilità e limiti della sharing economy e delle derivanti nuove figure professionali (i due ingressi mi permettono di affittare uno spazio e vivere nell’altro).  Ho personalmente cercato, progettato la ristrutturazione e dato un nome a questo spazio dismesso, con la stessa cura dei dettagli che dedicherei a un mio libro o installazione. Per questo motivo lo spazio è legato indissolubilmente alla mia ricerca: doppio e ambiguo come il mio lavoro fotografico. I due piani sono complementari anche nei colori e tonalità, fredde e bianche per la parte pubblica e di lavoro, calde e con i colori del logo (realizzato con Alice Zani) per la zona privata di abitazione.

Oltre alla grafica e al sito internet, altri elementi definiscono l’identità dello studio: un neon da bar, un lightbox, e un arredamento bianco, tipo quello di “Casa Sotto La Foglia” di Nanda Vigo, fino ai bagni piastrellati che riprendono i collage di Superstudio, e uno dei miei primissimi progetti fotografici. Mi piace considerare tutto questo discorso interdisciplinare, parallelo agli impegni strettamente fotografici, come parte del mio lavoro e viceversa.

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LUCA LE CONNESSIONI NEL TUO LAVORO SONO TANTE, UNA DI QUESTE HA A CHE FARE CON L’UNIVERSO LETTERARIO, LA SCRITTURA SPESSO RIENTRA NELLE TUE FOTO, DIVENTANDONE ADDIRITTURA IL SOGGETTO.

Sì sono partito dalla parola, dalla mia formazione e primo interesse, e ne è venuto fuori il primo libro pubblicato da Danilo Montanari. Negli anni successivi mi sono distaccato dall’approccio tipologico di “Foto Grafia”, per una visione più libera dal rapporto con la parola, e più strettamente legata al mezzo fotografico e all’immagine. Il nuovo lavoro “Vietnik” si è trasformato lentamente e inconsciamente in un’ulteriore esplorazione di leitmotive precedenti come lo sdoppiamento (del sé, dell’immagine foto-grafica, nella traduzione, e nell’ibridazione tra reale e virtuale). Forse più avanti ritornerò a un’immagine piatta come una parola su un libro o uno schermo, al rapporto tra una fotografia e la sua didascalia.

Non ho mai padroneggiato tecnicamente il mezzo fotografico, ma forse proprio questa mia mancanza che ho sempre considerato un difetto, potrà trasformare il sentirsi “fuori-luogo”, in un approccio nuovo, in uno spazio personale, non più da nascondere ma da approfondire.

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E’ UNA RISPOSTA BELLISSIMA, CHE ANTICIPA LA NOSTRA PROSSIMA DOMANDA: COSA CHIEDI AL TUO LAVORO?

Domanda difficile, le motivazioni e gli obiettivi sono in continuo mutamento. E’ come chiedere di definire la vita o l’arte. Forse proprio l’impossibilità di una definizione definitiva è quello che rende il tutto meno noioso. Sicuramente la scelta di vita/lavoro che ho fatto mi influenza in tutto e mi permette di approfondire altre parole indefinibili come “libertà” – che forse è la sensazione che mi trasmettono le grandi opere d’arte.

LIBERTA’ ANCHE DI UTILIZZARE DIVERSI LINGUAGGI E FARLI TUOI..

Certo, ma dopo un lungo tempo di “digestione”, in maniera naturale. Mi accorgo di aver assorbito un linguaggio quando, consciamente o inconsciamente, lo “vedo” dappertutto: ad esempio la doppia articolazione del medium fotografico e il rapporto con la didascalia; o il sovvertimento del linguaggio pubblicitario/commerciale della strada e del duty free, che ritorna sia nel mio lavoro (lightbox) che nelle installazioni pubbliche (billboard) di Gluqbar.

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“You cut a hole in the building and people can look inside and see the way other people really lived.. it’s making space without building it”. We thought it would have been appropriate to introduce the interview with this famous quote by Gordon Matta-Clark – a perfect fit for the Milan-based artist and photographer Luca Massaro. Matta-Clark’s “FOOD” is one of the numerous inspirations that led Luca to the ‘creation’ of “Gluqbar”, his home and studio. It is an example of ‘architecture with no walls’, a point of convergence where people meet, debate, exhibit and work. “Gluqbar” is a house, a gallery and an artist studio. It wants to merge the Italian concept of “Casa & Bottega” [“House and Workshop”] and the pros and cons of the sharing economy, and the new working figures that come from it, in the era of ‘entrepreneurial uncertainty’. Today with Luca we talk about imaginary places that become real ones and how art can be used as a way of turning limits into possibilities..

Gluqbar, the first part of the name refers to an actual place in the city of Milano, the latter to a more generic one. Te us more about this project.

The name recalls a bar in the outskirts of Milan (located in Gluck Street, near the Stazione Centrale) – only the letter Q changes compared to the toponym. It also reminds of Uqbar, the imaginary town the Argentinian writer Jorge Luis Borges talks about in his “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”. By receiving financial support from the lettings of the spaces and studio work, “Gluqbar” is able to be a flexible non-profit exhibition space – the actual curatorial project was born in Reggio in 2015. The initial idea was that of creating public site-specific installations, digital and printed material, on and off-line projects.

Thus “Gluqbar” from being my personal studio turned into a public space, made alive by the interaction between people – we exhibit, we organise gatherings and dinners, I produce my work, I rent it out, or sometimes we just meet here for coffee or a drink, like it was a proper bar. The project is inspired by other examples of “relational” or “livable” art, first of them all FOOD – restaurant in New York co-founded in 1971 by Gordon Matta-Clark.

The “bar” ’s architectural and semantic elements are exploited so to give the idea of an open and convivial space that is brought to life only when it meets the public. The whole concept can be said to recall the idea behind the ‘exhibition opening’ – which in turn is getting closer and closer to resembling a bar – or the hybridisation between spaces and the arts, or the history of Milanese art – where the artist studio is replaced by the actual bar and becomes a meeting and gathering point – from ‘Bar Jamaica’ in the post-war period to today’s bars and clubs.

Talking about Matta-Clark we thinks about “Builing Cuts”, real holes in the floor and in the slabs. These mine the feeling of wholesomeness and concreteness of a building and establish a dialogue between the inside and the outside, manipulating the piece…Likewise in Gluqbar a hatch leads to a spiral staircase, which connects the house’s main space to a second one, also connected to the outside…

The idea behind “Gluqbar” is strongly linked to the Italian concept of “Casa & Bottega”. This consisted of a studio with a display window on the ground floor, and a private house on the upper floor. As well as that, it also relates to both the possibilities and limits dictated by the modern sharing economy and the new professional figures that derive from it – for instance, the two entrances allow me to rent one of the two spaces out while living in the other.

I myself searched for this space, planned its renovation and gave it a name. I did that with the same attention to details I would have put in the creation of my own book or installation. For this reason, I consider “Gluqbar” to be strongly connected to my research – two-fold and ambiguous as my photographic practice. The two floors are complementary also in their colours and tones, a cold colour for the public and working area, a warm one (inspired to the logo’s, designed with Alice Zani) for the private area.

Aside from the website and other graphic elements, there are many more details that define the studio’s identity – a bar’s neon light, a light-box, white furniture like the one from Nanda Vigo’s “Casa Sotto La Foglia” and tiled bathrooms resembling Superstudio’s collages and also one of my first photographic projects. I like to consider this interdisciplinary discourse, parallel to my photography, as an actual part of my job and vice versa.

Literature, words and writing play a very important role in your artistic work. Text is often part of your photography, sometimes becoming the subject itself.

That is true – writing is where it all started. It is the basis of my education, my very first interest and the subject of my first book, published by Danilo Montanari. In the years that followed the publication of “Foto Grafia”, I slowly detached myself from that kind of typological approach and started interacting with words in a freer way, moving more towards the photographic medium and the images themselves. “Vietnik”, my new project, slowly and unconsciously turned into an exploration of the previous leitmotif of doubling – self-doubling, image-doubling, translation-doubling and the hybridisation between the real and virtual world.

Maybe later on in my life, I will eventually go back to working with images as two-dimensional entities – like a word on a book or screen – and to the relationship between a photograph and its caption. I never really mastered the photographic technique – but maybe this gap of mine (which I always considered as a weakness) could actually result in a new approach, a personal space to delve into.

Your eloquent answer anticipates our following question: what you expect from your work?

That’s a very complicated question – the motivations and the goals are always a-changing. It is like asking to define art or life itself. Maybe the impossibility of giving an ultimate definition is what makes these themes less boring. Surely, my life and work choices influence me in a way which allow me to deepen the meaning of other complex concepts such as freedom – that to me is defined as the feeling masterpieces give me.

Freedom to use various styles and make them yours..

Yes, but only after a long and natural period of ‘’digestion’’. I realise I have absorbed a new style/language when, both consciously and unconsciously, I start seeing it everywhere. For instance, the double-jointed connection between the photographic medium and its captions, the subversion of the advertisement language that comes right back into my work (lightbox) and in “Gluqbar” ’s public installations (billboards).

Luca Massaro (Reggio Emilia, 1991) lives and works in Milano. His first work, Foto Grafia, was published by Danilo Montanari Editore and exhibited at F4 Festival, Matèria Gallery, Twenty14 Contemporary, Benetton Foundation (winner of the Nascimben U25 Award).
A preview of the new work Vietnik was selected among the finalists of the Portfolio Review Prize Düsseldorf, GiovaniArtistiItaliani, Premio Fabbri, LiveStudio, and exhibited at Metronom Gallery in 2017 and Palazzo Casotti at Fotografia Europea Festival in 2016. The publication of the new Vietnik monograph and website is expected for 2018. Artist and photographer (commissions include Alla Carta, Purple Magazine, Rivista Studio, VICE),  he’s the founder of Gluqbar, a framework at the intersection of online and offline publishing and exhibition-making, with the goal of producing site-specific public installations, virtual&printed matter, off-site and online projects, in an oxymoronic architecture without walls.

gluqbar.xyz