Louis De Belle

BESIDES FAITH – STUDIO VISIT

 

Nel cuore della vecchia Milano, dove si incrociano le storiche “5 vie”, si trova lo studio di Louis De Belle: fotografo ed editore. Restiamo colpite dal suo “habitat” ancora prima di entrarvi, solo sbirciando qualche scatto rubato al suo profilo Instagram. Nel suo piccolo luogo di ricerca, infatti, la cura del dettaglio è solo un dato che ci rivela subito qualcosa in più sulla complessa raffinatezza dello sguardo di Louis. 

Ci sediamo intorno alla sua scrivania, con alle spalle una stampa di “Cartographies”, una serie in cui macchie di sudore o anche sporcizia, sono gli unici suggerimenti che ci raccontano la giornata di un dipendente, la routine di un pendolare in metropolitana o lo spostamento di un operaio. Poche tracce, lungo le pieghe degli abiti, che divengono impressioni della vita quotidiana ed infine cartografie di un viaggio che appartiene a tutti noi.

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LOUIS, PARTIAMO DA UNA DOMANDA CHE PONIAMO A TUTTI, OVVERO, QUAL’E’ IL TUO “MODUS OPERANDI”, NEL TUO CASO IL LIBRO E LA SERIALITA’ SONO DUE ELEMENTI CHE ACCOMPAGNANO IL TUO LAVORO?

Sì, parto sempre da una serie, da un progetto che diventa una mostra e, solitamente, un libro.

Il lavorare in serie è sicuramente un mio Modus operandi da cui non riesco a prescindere, forse perché ho studiato in Germania! Ciò che mi muove è sempre l’interesse per un argomento, mentre studio nascono delle suggestioni estetiche, che spesso dirigono il percorso in modo inaspettato.

Oltre a questo c’è un forte interesse per l’editoria, sto infatti lavorando con Delfino Sisto Legnani, amico e collega, ad un progetto volto a raccogliere e promuovere i lavori di giovani autori all’interno di una serie di libri; in questo senso mi porrei “dietro le quinte”, come promotore.

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E’ INTERESSANTE COME NEL TUO LAVORO LA SERIALITA’, QUESTO RIGORE SIA NEL PROCEDERE CON COERENZA NELLO SVILUPPO DI UN PROGETTO, INTESO COME RIGORE FORMALE DELL’IMMAGINE, SIA SEMPRE ACCOMPAGNATO DA UN SOTTILISSIMO DATO IRONICO, QUASI A COGLIERE GLI ERRORI E LE IMPERFEZIONI CHE IRROMPONO NELLA QUOTIDIANITA’, RENDENDO IL BANALE INTERESSANTE E A SUO MODO, TEATRALE.

Sono innanzitutto italiano: l’ironia fa parte della mia indole, nonostante al Bauhaus – dove mi sono spostato per continuare i miei studi di fotografia – sperassi invece di acquisire più rigore. Quindi è vero quello che dici, mi sono accorto di questo connubio tra rigore ed ironia riguardando i miei lavori, ma è del tutto spontaneo, si tratta semplicemente del mio modo di guardare le cose.

Ciò che accomuna tutti i miei lavori è proprio quella zona di confine, di grigio, tra banale ed insolito,  sacro e profano, forma e contenuto. La fotografia è un mezzo per mostrare questo limite sottile, come fosse uno spettacolo di genere, il che è molto evidente in “Besides Faith” per esempio.

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TU LAVORI MOLTO TRA ITALIA E GERMANIA, POSSIAMO DIRE CHE SEI RIUSCITO A STABILIZZARTI SU DUE FRONTI, PER QUESTO CI PIACEREBBE CHIEDERTI UN PARAGONE, PER DARE UN’OPINIONE FATTIVA SULLA PROBLEMATICA QUESTIONE: ITALIA O ESTERO?

Partiamo dal presupposto che dire in Italia che fai l’artista è quasi un tabù, sorge subito la domanda:“cosa fai per campare?”. D’altro canto a Berlino, dove lavoro, c’è una po’ una saturazione, produrre ed esporre è più facile, ma il tutto rischia di perdersi nell’eccessiva offerta. A Milano è tutto più concentrato, chi si muove nel settore sa esattamente cosa sta accadendo, dove andare e cosa vedere; emergere è più difficile, ma più significativo. Come in tutto, sarebbe necessario trovare una via di mezzo. 

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PENSI CHE SIA DIVERSA ANCHE LA PERCEZIONE DI UN’OPERA FOTOGRAFICA? QUI SI TENDE ANCORA MOLTO A FARE UNA DISTINZIONE TRA ARTE IN SENSO LATO E FOTOGRAFIA, SOPRATTUTTO PER QUANTO RIGUARDA IL MERCATO…

Certo, sento che quello che sta succedendo all’estero arriva sempre a scoppio ritardato. D’altronde se si pensa al mercato del collezionismo, la fotografia è arrivata tardi. Qui è ancora un po’ timida, può essere un difetto ma anche un pregio: abbiamo ancora molto spazio per fare ricerca. Il nostro progetto di editoria vorrebbe un po’ avere questo ruolo: fare ricognizione, mettere in evidenza dei talenti.

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DOMANDA DI RITO: ELEVATOR PICH. SEI IN ASCENSORE CON UN IMPORTANTE CRITICO/CURATORE, COME LO CONVINCERESTI A VEDERE IL TUO LAVORO?

Bloccando l’ascensore? In realtà, non vedo alternative rispetto al semplice mostrarglielo…

Tra le domande che mi avete mandato ce n’è una che mi ha molto incuriosito, ovvero: cosa chiedi al tuo lavoro?

Trovo che il ruolo della fotografia d’arte sia propio quello di chiedere qualcosa al pubblico; la fotografia commerciale invece attua il contrario: dà già delle risposte certe. Credo sia proprio questo porre degli interrogativi attuali ciò che spinge un critico o uno spettatore ad appassionarsi ad un progetto.

Louis De Belle, nasce a Milano, si laurea in visual communication al Politecnico di Milano e per poi continuare gli studi di Fotografia presso l’Università Bauhaus di Weimar. I suoi progetti sono stati pubblicati da giornali e siti web tra cui The Washington Post, Libèration, WIRED, Slate e The Independent. E l’editor di “Forms of Formalism”, collabora con STILL Magazine e attualmente vive tra Milano e Berlino.