Jacopo G. Quaggia

INCUBO – STUDIO VISIT

Ci incontriamo con Jacopo Gospel Quaggia in quel luogo (la sua casa e studio) che qualche mese fa ha ospitato, o sarebbe meglio dire ha dato vita ad “Incubo”, mostra e performance progettata dall’artista stesso e curata da T14. Il titolo lascia intendere il sentimento che questo luogo ha suscitato in chi l’ha vissuto, ma è allo stesso tempo riduttivo per descrivere tutto ciò che ha risvegliato nella mente creativa di Quaggia. Un’ironia feroce abita la casa e contraddistingue l’approccio di Jacopo alla vita, strettamente legata alla sua arte sia per necessità che per virtù. Con la stessa autenticità che traccia tutta la sua linea d’azione ci dice una cosa che vorremmo sentire più spesso: “credo che il compito dell’artista sia quello di far sentire meno sole le persone”.

IMG_8407

Un’ironia che ci racconta un malessere in questo momento storico in parte condiviso da tanti, tu hai avuto il coraggio di metterlo in mostra. Ecco allora che l’ironia diventa un modo di denunciare una situazione spesso nascosta sotto il tappeto. Cos’ha significato per te questa operazione?

Parto dal presupposto che l’ironia parte sempre da un malessere; nel mio caso è così: tutto ciò che mi fa ridere spesso è anche motivo di disperazione.  Non mi manca l’ironia, e di certo nemmeno il coraggio. Per me questo lavoro è stato sia un punto di partenza, sia un punto di arrivo: ho sempre preso spunto, lavorato sulla mia vita, sul mio quotidiano: ho sempre voluto desumere da un fatto di personale cronaca una visione filosofica che potesse appartenere a più persone.

Come amo sempre ricordare il compito dell’artista è di non far sentire sole le persone: questa è la mia regola principale. Ma fino a “Incubo” avevo sempre lavorato su temi morali, estetici; con “Incubo” si può dire che abbia provato ad inserire una chiave politica, una sorta di riflessione su che cosa sia cambiato in questi anni.

Ovviamente nella mia vita, e l’appartamento ne è la prova. Mi sono anche accorto di quanti siano in una situazione analoga alla mia e mi è bastato voltare lo sguardo per riflettere su come il mondo dell’arte sia sempre più vicino al mondo delle speculazioni immobiliari. Di per sè negli investimenti non ci vedo niente di sbagliato, ma si sta generando una pericolosa confusione, sintetizzando ancora di più: il pubblico è sempre e più interessato al contenitore rispetto al contenuto.

Mi piace osservare il variopinto mondo dei selfie in prestigiose fondazioni-musei-spazi di tutto il mondo. Ho trovato una ridicola similitudine tra una visita guidata in un museo e una visita per affittare un appartamento, con la relativa importanza delle “Installation view” una nuova forma di linguaggio fotografico, spesso formalmente ridicola. Non c’è sostanzialmente un nemico vero e proprio, un errore o una pratica scandalosa, ma una consuetudine che -a parer mio- è propria del mondo immobiliare.

L’arte rischia di diventare la tangente della speculazione. Per la mia generazione che si trova a dover fare i conti con consuetudini scellerate di chi ci ha preceduto oggi è doverosa quantomeno una riflessione se non una vera e propria presa di posizione. Per chi non ha tre cognomi è davvero difficile oggi rendersi credibile.

01-05---52-psicologia-da-supermercato-lavora-su-te-stesso

Cosa significa per te essere artista al giorno d’oggi, ma soprattutto cosa significa essere artista oggi, nella città e nella nazione che vivi tutti i giorni?

Oggi essere artista è una scelta. Una scelta votata al sacrificio, ovviamente; ritengo che più di ieri oggi sia un buon momento per fermarsi e riflettere -per davvero e per una buona volta- sulla figura dell’artista nella società, anche per i motivi sopra elencati.

Mezza cucina l’ho pagata con la vendita delle mie opere, per l’altra metà faccio l’autista. Mi interrogo spesso sul valore del mio lavoro artistico, non sono il classico piagnone che pensa di essere ignorato perché i poteri forti hanno mandato qualcun altro avanti al posto mio. Evidentemente il mio compito, per ora, è rimanere ai margini, parlare a pochi; sono passato da una condizione di “mantenuto” a uno dei lavori più umili che ci siano. Senza la mia vita il mio lavoro non ci sarebbe, quale che sia il tipo di vita che conduco.

Concludendo: essere artista oggi richiede il massimo, ci deve essere fermezza e decisione. Nel mio caso fatico doppio se dopo aver guidato-lavorato per 10/12 ore devo trovare il tempo e la forza per scrivere/pensare/scattare. Ma lo voglio fare, e lo faccio. Non faccio distinzioni tra città e nazioni, penso sia marketing. Mi interessa il cosa, non il dove.

IMG_8370
IMG_8384
IMG_8330

Che cosa chiedi al tuo lavoro?

Coerenza, onestà e concetto. Io sono il mio lavoro, non potrebbe essere altrimenti. Mi rapporto sempre alle mie questioni artistiche attraverso un rigoroso rispetto.

L’aspetto notevole della vicenda è che i temi filosofici che mi appassionano sono sempre rimasti gli stessi, quindi riesco a riconoscere una certa struttura nel/del mio pensiero. Quindi più che chiedere, in fondo penso si tratti di un dialogo muto: dove per immagini ci si comprende. Sì: mi piace pensare che sia così.

Come definiresti il tuo Modus Operandi?

Giovane, fresco, dinamico? No… Direi: filosofico.

IMG_8428
IMG_8422

Elevator pitch: sei nell’ascensore di casa con un famoso critico d’arte e hai giusto il tempo imposto dalla corsa dell’ascensore per parlargli del tuo lavoro. Cosa gli diresti?

Tieniti forte: non potremmo uscirne vivi.

Incubo” mostra e performance si è svolta nell’appartamento milanese di Jacopo G. Quaggia il 2 e 3 dicembre 2017.

Il duo curatoriale T14 si interroga insieme all’artista stesso, portando sul piano della parodia dei temi scottanti quali la confusione generata dal mondo dell’arte contemporanea, la difficoltà del pubblico di partecipare ad un circuito sempre più autoreferenziale e la precarietà della carriera di un’artista. Ponendo l’accento sulla pressione di dover vendere il proprio lavoro, che si tratti di arte o di qualsiasi altro prodotto, T14 ironizza sul ruolo stesso del promotore artistico, vestendolo da Agente Immobiliare.

Così le curatrici divengono venditrici di un’immobile che è stato per l’artista studio, casa e allo stesso tempo Incubo, portando il pubblico ad una proposta d’acquisto alquanto improbabile.

Il progetto si è trasformato anche il libro d’artista, creato a mano dallo stesso Jacopo Gospel Quaggia.

We are meeting with Jacopo Gospel Quaggia in the space that a few months ago hosted, or to be more specific, gave life to “Incubo” (Nightmare), exhibition and performance conceived by the artist and curated by T14. The exhibition title implies the feeling that this place caused in those who experienced it. However, this title seems to be diminishing compared to all that has been awakened in Quaggia creative mind.

A sharp irony inhabits his house and marks Jacopo’s approach to life, which is strongly linked to his art for both need and virtue. With the same authenticity that identifies his line of work, he tells us what we would like to hear more often: “I think that the artist’s role is to make people feel less lonely”.

Your irony mirrors a discomfort widely spread in this specific historical period, discomfort which you had the audacity to bring to light. by doing so, irony is used ad a way of exposing what is usually hidden away. What did this operation mean to you?

Assuming that irony is always born from discomfort – this is exactly the case. Everything that makes you laugh is usually also something that brings you to despair. I don’t lack irony, and certainly not audacity. This body of work has been for me a starting as well as a finishing point. I have always drawn inspiration from my life and my every day; I try to extrapolate from personal experiences some sort of philosophical lesson that could be relatable to others as well.

I repeatedly care to highlight the fact that the artist’s role is to make people feel less lonely – this has always been my line of action. Up until “Incubo” I had worked on themes related to morality and aesthetics. With “Incubo” I have tried to introduce a political thread, some sort of reflection on what has changed in the past years.

Obviously in my life – and my flat is the proof. I couldn’t help to acknowledge that many others around me were finding themselves in the very same situation, and it didn’t take me long to notice how the art world was getting closer and closer each day to the one of real estate speculation.

I don’t think property investments are bad per se, but there is some sort of confusion that is making the public more and more interested in the container rather than its content.  I like observing the colourful ‘selfie’ world in prestigious museums/foundations/galleries.

I once encountered a ridiculous simile between a museum guided tour and a real estate open house. Interesting, and almost ridiculous, is link that could be made between the photographs that the agents take of the property and the importance that artists now give to the “Installations Views” of their artworks, becoming increasingly important, almost more than the work itself. I don’t personally see this tendency as an error or an outrageous practice, but a habit, as far as I am concerned, typical of the estate world.

There is an imminent danger of art becoming borderline speculation. For my generation, that has to deal with some careless habits of those who came before us, a reflection, if not a real stance, has to be made. For those of us who do not If you don’t come from a royal lineage, it is really difficult to make yourself credible.

What does it mean to you be an artist in the modern days? More precisely, what does it mean to be an artist now, in the city and country you live in?

Becoming an artist is a choice, one devoted to sacrifice. I feel as if now more than ever we need to reflect on the role of the artist in society.

I was able to pay half of my kitchen through selling my works and the other half by working as a driver. I always ponder on the true value of my artwork. I’m not a whiner who thinks he is been ignored just because someone who is in power decided to put forward someone else instead of me. Clearly my task, for the time being, is to sit at the margins and speak only to the few. I switched from being taken care of financially to doing one of the humblest jobs out there. My job is highly dependent on the life I lead, whichever the type of life I may choose.

To conclude: to be an artist nowadays you have to work extremely hard – you need to have willpower and determination. In my specific case, the struggle increases when having to think/write/shoot after 10/12 hours of driving. But I want to do it and I will do it.  I don’t make a distinction between cities or countries, I think that is marketing. I am interested in “what”, not “where”.

What do you expect from your job?

Coherence, honesty and a concept. I am what I do, it couldn’t be otherwise. I always approach my artistic questions with meticulous respect.

The most remarkable aspect is that the philosophical themes I am fond of have always stayed the same, therefore I can recognise a pattern in my very same line of thought. So it’s not really about questions and answers bouncing back and forth, it is a more like a silent dialogue; whereby images enable to make yourself understood. Yes, I like to think about it that way.

How would you define your modus operandi (line of work)?

Young, fresh, dynamic? No, I would rather say philosophical.

Elevator pitch: you are in a elevator with a very famous art critic and you just have time of the elevator ride to talk to him/her about your work. What you tell him?

Hold on tight: we might not get out of here alive.

“Incubo”, exhibition and performance, took place in Jacopo G. Quaggia’s flat in Milan on December 2nd and 3rd, 2017.

The curatorial duo T14 and the artist used irony on harsh thematics such as the confusion generated by the contemporary art world. Together they tried to deal with the difficulties that the art viewer encounters when attempting to participate in a world that is increasingly auto-referential and unstable for what concerns the artist’s career. Highlighting the pressure of having to sell your work, whether it being visual or other artistic products, T14 ironises on the role of the art promoter itself, disguising him as an estate realtor. In this way, the curators become estate agents themselves, trying to sell a property that has been for the artist his studio, his house and at the same time his nightmare – leading to an unreasonable final offer. The project became an artist book, handmade by Jacopo Gospel Quaggia.

Jacopo Gospel Quaggia lives and works in Milan. His practice tends to merge photography and text so that one completes the other. He has been exhibiting in various group shows and he is represented by Twenty14, with whom he published the book “Incubo” in occasion of the exhibition. A selection of images from his series “Piano”, 2014, is part of Fabbrica Borroni collection.