In between shores

IN BETWEEN SHORES – RESIDENZA D’ARTISTA

Modus Operandi nasce con l’idea di raccontare cosa accade dietro le quinte di quella che ci si presenta come “Arte Contemporanea”, aprendo una finestrella su quell’iter silenzioso e complesso che è il processo creativo. Ecco perché questa volta abbiamo deciso di affrontare il tema della residenza d’artista, andando a curiosare fra i boschi della provincia di Varese, insieme ad Ardesia Projects. Qui abbiamo incontrato Benedetta Casagrande e Dimitri D’Ippolito (due dei tre membri di Ardesia Projects, che include anche Michele Amaglio) che hanno deciso di aprire casa (di Benedetta) per ospitare 5 giovani artisti, provenienti dagli angoli più disparati del mondo. 

“In between shores”* è il titolo della prima edizione del programma di residenza d’artista che si è conclusa dopo 23 giorni di ricerca e di stretta convivenza con la mostra “The sky opens twice” allestita nello spazio Torinese Jest. Nelle poche ore che ci siamo trattenute a Daverio, in questa piccola cascina di caldo legno, abbiamo respirato un’aria diversa: un’atmosfera immersiva, di comunione tra persone lontane che improvvisamente si ritrovano vicine per osservare con una lente d’ingrandimento loro stesse e la loro ricerca creativa. Sotto l’occhio attento e premuroso dei curatori, avvolti dalla saggezza e dal silenzio della natura, Fiona Filipidis, Ginevra Shay, Piergiorgio Sorgetti, Roisin White e Sybren Vanoverberghe si sono confrontati a tu per tu con i loro progetti artistici, regalando loro del tempo lontano da ogni frenesia e una possibilità di confronto con l’altro scevra da imposizioni. 

*La residenza è stata resa possibile grazie alla collaborazione tra Ardesia Project: Michele Amaglio, Benedetta Casagrande e Dimitri d’Ippolito, e Tommaso Parrillo: fondatore della casa editrice Witty Kiwi e co-fondatore di Jest. 

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COM’E’ NATA L’IDEA DI PROPORRE IN MANIERA COMPLETAMENTE AUTONOMA, QUESTA RESIDENZA?

B: La residenza d’artista è un formato che ho sempre apprezzato tantissimo,  perché è un momento di supporto reale verso la creazione artistica, di ricerca e confronto, che diverge dalle logiche delle competizioni e dei bandi di finanziamento. Ciò di cui abbiamo più bisogno noi artisti sono tempo, fondi e confronto. La residenza nasce per provvedere a questi bisogni. 

D: In Italia il formato della residenza d’artista mirata specificamente alla fotografia è ancora poco utilizzato. Il nostro obiettivo è di portare in Italia nuovi formati che creino momenti di scambio, discussione, riflessione e occasioni lavorative.

B: Questa esperienza, insieme a tempesta creativa, raccontano una nostra visione, composta anche di quelli che sono i nostri sogni per il futuro della fotografia in Italia. Ardesia mira a colmare un vuoto istituzionale in un paese in cui bisogna lottare con denti e unghie per accedere ad un sistema di lavoro pagato (tanto più nel mondo della fotografia contemporanea). E miriamo a farlo attraverso la trasparenza, l’ascolto, l’intimità, il dialogo, e una grande fiducia nel potere contagioso della generosità; generosità e ascolto intimo come strumenti di resistenza.

BENEDETTA, CI E’ PIACIUTO SENTIRTI USARE IL TERMINE “RESISTENZA”:  CREARE DELLE NUOVE OPPORTUNITA’ DI LAVORO, DELLE NUOVE INTERAZIONI, PER RISPONDERE AD UNA CRISI CHE C’E’..

B: Credo che fra i tanti problemi che impediscono la nascita di nuove possibilità ci sia una mancanza di scambio e di collaborazione. Quando parlo di scambio mi riferisco banalmente ad uno scambio fra Italia e il resto d’Europa: i lavori non arrivano, non si parlano. Tramite questa esperienza locale abbiamo visto confermata nuovamente l’importanza fondamentale del dialogo tra paesi, età ed esperienze diverse, non solo sotto un punto di vista di crescita creativa, ma anche sotto un punto di vista politico, tanto più nel clima attuale. 

D: L’efficacia dello scambio culturale promosso dalla residenza si è notato anche dalle reazioni dei nostri collaboratori, molti dei quali sono rimasti stupiti della capacità degli artisti, così giovani, di difendere il proprio lavoro e di sapere cosa chiedere. Il sistema gerarchico italiano, basato sull’anzianità, crea costanti limitazioni per i giovani artisti, la più grande delle quali è la convinzione di non avere diritto di chiedere.  

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ALDILA’ DELLA POSSIBILITA’ DI RACCOGLIMENTO CHE TI DA’ UN LUOGO COME QUESTO, LA SCELTA DI VENIRE IN UN TERRITORIO RURALE CHE SORPRESE VI HA PORTATO? 

B: L’interfaccio tra realtà diverse porta sempre delle sorprese. Queste sono zone in cui di arte si sente parlare da lontano, eppure siamo rimasti sorpresi quando durante la conferenza, tenuta in paese, abbiamo visto una reale partecipazione ed interesse da parte del pubblico. La partecipazione attiva ed entusiasta del sindaco, Franco Martino, è stata fondamentale per il coinvolgimento della comunità locale. La conferenza ha suscitato tanto interesse da spingere dei ragazzi dell’oratorio a richiederne una seconda. 

D: L’arte è un filtro della nostra vita, una necessità, ma in fondo ha a che fare la società: sia che si parli di politica, che si parli di sentimenti. Tocca tutti. La nicchia della fotografia contemporanea va aperta, merita di avere in dono un po’ di respiro, e non è incomunicabile a un genere di pubblico più ampio. Bisogna solo saperlo fare.

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COME MAI LA SCELTA DI INVITARE DEI CONTRIBUTORS ESTERNI, IN QUESTO CASO ALESSANDRO CALABRESE E SARA PALMIERI? 

B: Avendo partecipato io stessa a più di una residenza mi sono accorta di come un input didattico sia un grosso stimolo verso la produzione del lavoro. La partecipazione di contributors esterni fertilizza l’esperienza dell’artista invitato e arricchisce in maniera reciproca contributori e artisti. 

D: Oltre a rompere l’individualismo per poi riprenderlo con delle nuove prospettive. Abbiamo inoltre voluto dare ai ragazzi un’idea di quello che sta succedendo nel mondo della fotografia in Italia. I fotografi italiani non si studiano, all’estero. 

VEDREMO UNA SECONDA EDIZIONE DI “IN BETWEEN SHORES”? IN CHE MODO QUESTA ESPERIENZA SI PROTRARRA’ NEL TEMPO? 

B: Ci piacerebbe renderla biennale ed itinerante, creando collaborazioni sempre nuove, esplorando territori diversi, rendendola un’iniziativa metamorfica, malleabile, adattabile e libera. Siamo grandi sostenitori della sperimentazione e dell’adattabilità. Vorremmo continuare a lavorare con comuni piccoli e zone abbastanza rurali. 

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CHE ASPETTATIVE AVETE PER QUESTA MOSTRA? 

D: Durante la residenza c’è stata una spontanea e bellissima compenetrazione di pensieri e metodi, che ci hanno portati ad avere una mostra coerente pur se composta di lavori e temi non sviluppati in collaborazione. Poi, nel nostro caso, lo spazio limitato di JEST è stato un valore aggiunto: se tu imponi qualcosa nascono dei problemi, se è la situazione a farlo vengono fuori le cose più belle: si impara a trovare le soluzioni più creative.

ELEVATOR PITCH E’ LA NOSTRA DOMANDA DI RITO, IN QUESTO CASO LA RIGIRIAMO A VOI IN CHIAVE DIVERSA: COME CONVINCERESTE UN POSSIBILE INVESTITORE A SOSTENERE LA VOSTRA PROSSIMA RESIDENZA? 

Crediamo che coloro che ci hanno aiutati a rendere possibile quest’esperienza siano stati contagiati dal nostro entusiasmo. Certo le energie non saranno infinite (dice Benedetta sorridendo), ma è importante non perdere il rapporto umano, ritrovare fiducia in questo. Non in ultimo crediamo sia importante essere sempre trasparenti riguardo le intenzioni; l’onestà negli intenti, la tenacia con cui lavoriamo  e la presenza umana sono i nostri passepartout. Come dicevamo prima – la generosità è contagiosa! 

Modus Operandi was born with the intent of bringing to light the backstories of contemporary art – opening a window onto that silent and complex iter that characterises each and every creative process.
For this reason, we decided to visit the woods surrounding the city of Varese to see what Ardesia Projects had its hands on. There we met Benedetta Casagrande and Dimitri D’Ippolito (two of the three members of the Ardesia Projects team, which also includes Michele Amaglio) who decided to open the doors (of Benedetta’s house) to five young artists coming from the most remote parts of the world.
“In between shore” * is the name of this first artist’s residency made of 23 days of research and tight coexistence with “The sky opens twice” – the show taking place in the exhibition space called Jest in Turin.
During those few hours we spent in this small wooden farmhouse in Daverio, we felt like we were breathing a different air  – an immersive atmosphere of communion between people once distant and that were brought closer together to observe with a magnifying lens not only their creative research but also themselves.
Under the watchful eye of the curators and surrounded by the silence of nature, Fiona Filipodis, Ginevra Shay, Piergiorgio Sorgetti, Roisin White and Sybren Vanoverberghe confronted their artistic projects, gifting themselves with some time away from the frenetic city and the chance of comparing their work immune from impositions.

The residency was made possible by the collaboration of Ardesia Projects – Michele Amaglio, Benedetta Casagrande and Dimitri D’Ippolito – and Tommaso Parrillo – founder of Witty Kiwi publishing house and co-founder of Jest.

Where did the idea of a completely autonomous residency come from?

B: The artist’s residency is a format I have personally always appreciated because it is something that actually gives some supports toward the creative production – a chance to focus on research and confrontation that has nothing to do with competitions or financial support. What an artist needs the most are time, money and confrontation. Residencies are born to provide with these needs.

D: In Italy, photography-specific residencies are still not widely spread. Our aim is to bring in the country new ways of exchanging, discussing, reflecting, and also new job opportunities, thanks to various types of collaborations that the residency creates.

B: This experience, together with “Tempesta Creativa”, is an example of what we have in mind for ourselves and the future of Italian photography. Ardesia Projects aims to fill up an institutional gap in a country where one still needs to fight tooth and nail in order to get paid for his/her work (especially when talking about contemporary photography). And we want to do this with transparency, openness to listen, intimacy, dialogue, and a great confidence and trust in the contagious power of generosity; generosity and intimate listening as means of resistance.

Benedetta, we really liked the way you used the word “resistance”- creating new job opportunities and new interactions in order to respond to the crisis..

B: I believe that the lack of collaborations and exchange between artists are among the problems that preclude the chance of new possibilities to be born. When I talk about “exchange” I refer to, as banal as it may sound, the one between Italy and the rest of Europe – the works don’t get here, they don’t talk to each other.
With the help of this local initiative, we have confirmed once again the importance of keeping the dialogue between countries open; between different age ranges and various experiences, from a creative growth and a political point of view – especially in the present days.

D: Even our externals collaborators noticed the strength of the cultural exchange promoted by this residency. They were amazed to see how the artists were so young and yet incredibly able to defend their work and aware of what to ask for. The Italian hierarchical system, based on seniority, creates constant limitations for young artists, one above all making them believe they don’t have the right to ask.

Apart from the possibility to totally concentrate and focus, what other benefits did you obtain from this rural environment?

B: The interaction between different realities always carries surprises. These are areas where art is usually just a word or something you hear from afar, yet we were surprised to find a lot of interest and support during the conference we organised in the village. The enthusiastic participation of the mayor Franco Martino was fundamental to the local community’s engagement. The talk raised so much interest that the boys and girls of the oratory asked for a second one.

D: Art is a filter in our lives, it is a necessity, but in the end, it has always something to do with society; whether it talks about politics or feelings – there is no escape. The contemporary photography niche needs to open up, it needs to expand, and it is not incommunicable to a wider and different kind of public. We only need to find the right way of doing it.

Why di you choose to call some external contributors, in this case, Sara Palmieri and Alessandro Calabrese?

B: Having participated myself in more than one residency, I realised how a didactic input can be an enormous stimulus towards the final production. The participation of external contributors fertilises the experiences of the artists, creates a paid job for the contributors and an enriching experience for both the artists and the contributors.
D: On top of this, it gives a break to the artists’ individualism in order for them to get back to it later on with brand new perspectives. On top of this, we wanted to give the artists an idea of what is happening in the Italian photography scenario – Italian photographers are not really taken into consideration abroad.

Will we be seeing a second edition of “In between shores”? In which ways will this experience last in time?

B: We would like to make it biennial and itinerant, always creating new collaborations, exploring different territories, making it a metamorphic experience, malleable, adaptable and free.
We are great supporters of experimentation and adaptability. We would like to keep working within small cities and rural areas.

What expectations do you have for this exhibition?

D: During the residency there was an amazing and spontaneous fusion of thoughts and methods, that led to the creation of a coherent exhibition albeit it consisting of works and themes that were not produced in collaboration. Moreover, in our case, Jest provided a limited space which gave an added value – if you are the one to force something on someone then problems arise, if it is the situation that does it instead then the most creative solutions are born.

Elevator pitch is our ritual final question but, in this case, we would like to put it in a different way – how would you convince a potential investor to financially sustain your next residency?

We think that the ones that helped us make this all possible were encouraged and infected by our enthusiasm. Of course, our energy is not infinite (says smiling) but it is important to not lose touch and hope. And last but not least we think it is essential to always stay clear about your intentions – honesty, perseverance and human presence are our passe-partout.

Ardesia Projects  is a curatorial project dedicated to contemporary photography, stimulating critical debate around photography through exhibition, workshops, residencies & more. Ardesia aims to create opportunities for the photographic community with the intent of unburdening artists from production costs and to stimulate in-depth debate through essays, reviews, talks and workshops. Ardesia is a bilingual initiative (ITA|ENG) which hopes to create a bridge between the Italian and the European photographic landscape. Michele Amaglio, Benedetta Casagrande, Dimitri D’Ippolito.