Giuseppe Palmisano

OLTREPENSARE – STUDIO VISIT

Stavolta non siamo noi ad aver trovato l’artista, ma è Giuseppe Palmisano, in arte “Io sono Pipo” ad aver trovato noi nella nostra galleria/studio, durante una tappa di un pomeriggio a Milano. “Il viaggio è il mio modus operandi”, perché la fotografia di Giuseppe sta nel percorso stesso che lo ha portato alla costruzione di quell’immagine: uno scatto che lui definisce “scoria” di un lungo processo creativo. Si potrebbe definire “Regista della fotografia”, ma alla definizione sfuggirebbe quel margine di casualità, propria dell’atto performativo: un momento catartico in cui il corpo femminile diviene altro, in uno stato di sospensione quasi metafisica, che racchiude emozioni personalissime e allo stesso tempo universali.

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GIUSEPPE, LA TUA FOTOGRAFIA HA CREATO UN VERO E PROPRIO IMMAGINARIO, ORMAI RICONOSCIBILISSIMO, COM’E’ NATA QUEST’IDEA?

Intanto devo premettere che io non arrivo dalla fotografia, ero stato rapito da alcune fotografie che ritraevano delle donne ed esprimevano moltissimo erotismo, mi affascinavano, così iniziai a sperimentare: i primi risultati furono osceni.  Poi accadde che smisi di fotografare per un lungo periodo, fino a quando conobbi la mia ex ragazza: iniziai a fotografare solo lei, (un atto molto romantico ripensandoci), e avrei continuato a farlo probabilmente, se non ci fossimo lasciati, ma è stato lì che è nato tutto. Dopo un periodo di “riabilitazione”, in cui smisi nuovamente di fotografare, ripresi l’obbiettivo in mano ritraendo delle donne che non conoscevo: fu un periodo traumatico ma nello stesso tempo fertile perché in qualche modo ebbi una folgorazione. A seguito di invani tentativi, in cui cercavo di costruire un legame intimo, ma nello stesso tempo distaccato con il soggetto,  chiesi ad una ragazza: “scusa, non è che potresti infilarti nell’ abat-jour?” Fu lì che capii: annullare ogni erotismo, mi portò a costruire un nuovo linguaggio e a ritrovare quella connessione che avevo perso. In quello scatto c’era già tutto.

I TUOI SCATTI CI RIPORTANO AD UNA DIMENSIONE QUASI CINEMATOGRAFICA, ECCO PERCHE’, PARLANDO DI MODUS OPERANDI,  CI VIENE IN MENTE LA COSTRUZIONE DI UNA SCENA…

La mia volontà di non essere fotografo e in alcuni casi autore, ma di pormi piuttosto come un “coordinatore” di persone, che costruiscono l’immagine, mi porterebbe a definirmi più che altro un regista della fotografia. Il risultato finale è il prodotto, che io chiamo scoria, di un lavoro che può durare mesi, prima di arrivare a quella posa. Potrei dire che è il viaggio il mio modus operandi. Prima di arrivare ad uno scatto come quello avvenuto a Caserta, bisogna risalire ad un anno fa, a più di 200 chiamate fatte a 200 donne, con cui ho parlato, e che ho conosciuto.  Immaginate il lavoro dietro ad un’immagine che coinvolge così tante persone, provenienti da paesi lontani e da vite diverse: lo scatto si trasforma quasi in un atto catartico. E’ come se si andasse a creare un climax, che il giorno dello shooting esplode in un’energia spaventosa.

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OSSERVANDO LE TUE FOTO VIENE DA CHIEDERSI SE DENTRO QUELL’IMMAGINE CI SIA UN’OSSESSIVA RICERCA DI UN SIGNIFICATO O DI UN TOTALE ANNULLAMENTO, O FORSE ENTRAMBE LE COSE? 

Entrambe le cose: da una parte c’è un annullamento, l’estetica per me ha in qualche modo a che fare con la ricerca di una freddezza, dall’altra parte si sono stratificate una serie di emozioni; prima di arrivare a quello scatto si sono create delle relazioni, il mio lavoro si traduce in un’esperienza che porta fuori dall’ordinario, in un certo senso non è la foto in sé il significato dell’opera, ma come ci si sente dopo averla fatta. La fotografia è “la cosa più semplice” di tutto il processo.

 HAI MAI PENSATO DI LASCIARE L’ITALIA? 

E’ una lotta contro il tempo, naturalmente ho pensato di andare all’estero anche  solo per il sentito dire che “si lavora meglio”, tuttavia devo quello che sono all’Italia; anche se l’estetica che ne traspare è diversa, ho assorbito tanto del folklore a cui appartengo. Ciò che riporto è una sintesi di tanti stimoli. Andando fuori dall’Italia ti rendi conto che molte cose qui difficilissime, lì sono naturali, poi altre volte invece saltano fuori delle cose apparentemente impossibili, com’è stato a Caserta. Sta di fatto che vorrei raggiungere dei risultati, anche se sudati, qui. L’artista, secondo me, ha delle responsabilità e ciò che ho voluto dire, per me è stato importante dirlo in Italia, soprattutto in questo momento.

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PERCHE’ LE TUE FOTO SEMBRANO TRASMETTERE UNA FORTISSIMA SENSAZIONE DI QUIETE? 

E’ buffo perché durante l’ultimo progetto, ho provato esattamente una sensazione di assoluta quiete nel momento in cui le ragazze si sono stese, e ho chiesto loro di chiudere gli occhi. Ci sono stati 15 secondi in cui tutto si è spento, è difficile descrivere quell’istante, sicuramente dal vivo è molto più forte. La quiete non ha a che fare con la mia vita, ma piuttosto la ricerca di essa, come la ricerca di uno spazio, di una casa, anche in un abbraccio.

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GIUSEPPE, LA NOSTRA DOMANDA DI RITO: SEI IN UN’ASCENSORE CON UN IMPORTANTE CRITICO A CUI TI PIACEREBBE RACCONTARE QUALCOSA DEL TUO LAVORO, COSA DIRESTI? (O NON DIRESTI?)

Non so perché ho collegato l’ascensore ad un pericolo di vita. Quindi lo abbraccerei, che è quello dicendo che è quello faccio nel mio lavoro, con la differenza che non sono in pericolo di vita.

This time it wasn’t us who found the artist but it was the artist, Giuseppe Palmisano aka “Io sono Pipo” [= I am Pipo], to find our gallery. There we dwelled for a few hours whilst he was stopping by in Milan. “The journey is my modus operandi” he says, because his photography is an actual journey that leads to the construction of the image which he defines as the “story” of a long creative process. Giuseppe could be seen as a “photography director”, however, this would exclude the casualty factor, typical of the performative act – a cathartic moment in which the female body becomes something else, in a moment of metaphysical suspension, that holds personal feelings as well as universal ones. 

Giuseppe, your photography is characterised by a very peculiar set-construction. How was this idea born?

First of all, I have to say that I don’t have a photography background. My eye had been captured by some photographs depicting women which I found very erotic. I was fascinated by them. So I started experimenting – the first trials were horrendous. Then I stopped photographing for a long period, up until I met the woman that is now my ex-girlfriend. I started photographing her and her only (a very romantic gesture now that I think about it) and I would have probably continued if only we hadn’t broken up. 

But yes, that is how everything started. After a “rehab” period, in which I stopped photographing, I started again by depicting women I didn’t know. It was a traumatic but at the same time fertile period, as I somehow had a flash of inspiration. After a few non-successful attempts of creating an intimate, whilst also detached, bond with the subject, it happened that during one of the first shootings I asked a girl to please “get into the bat-jour”. That was when I understood I needed to get rid of erotism and create a new style and language in order to regain that lost connection. It was in that shot that I found everything. 

Your photography reminds us of a cinematic dimension. For this reason, when talking about your modus operandi we think of the construction of a film-scene..

I don’t want to be labelled as a photographer, but more as a people-coordinator who works towards the construction of an image. This leads to being defined more as a director of photography. The final outcome is a product that I call “scoria” [=refuse] of a work that could last for months before resulting in that specific pose. I could say that the journey is my modus operandi. Before getting to a shot like that one taken in Caserta, we have to go back to a year ago, before 200 phone calls to 200 women I subsequently met and talked to. One can only imagine the coordination needed in order to shoot a photograph with so many people in it, each one coming from a different region and with a different background, to the point that the shoot becomes a sort of cathartic act. It is as if one was creating a climax that culminates into a tremendous energy explosion in the day of the shooting.

By looking at your photographs, one wonders whether there is an obsessive research for either a message or annihilation, or maybe both of them?

Both fo them. On one side we find annihilation – aesthetics, in my opinion, has something to do with the research of coldness and detachment. On the other side, there is a stratification of feelings – relationships are born in the process of shooting. My work translates into an experience that leads to the extraordinary – in a way the photograph isn’t the finishing point, but rather how one feels after shooting it. The photograph is the “easy thing” of the whole process.

Have you ever thought about leaving Italy?

It’s a race against time. Of course I have thought about going abroad even if just for the so overheard “working is easier there”. However, I owe who I am to this country, even if my aesthetics shows a strong influence from the folklore I belong to. What I give back to the viewers is a sum up of all the stimuli. When travelling outside Italy, one realises how things that are very complicated here are very easy elsewhere; other times instead things that seem impossible do happen, like that time in Caserta. The fact is that I would like to obtain some results, even if I’ll have to work harder, here in Italy. Artists have certain responsibilities and it was important for me to communicate what I wanted to say with my work here in Italy in this historical moment.

Why do your photographs seem to transmit a strong sense of quietness?

It’s funny how during my last project I actually felt a sense of absolute quietness in the moment the girls lied down and were asked to close their eyes. There were fifteen seconds in which everything shut down – it’s difficult to describe, to be there was something else for sure. Quietness has nothing to do with my life – but the actual research does, as for the research of a space, a home, a hug.

 Giuseppe, our ritual final question – you find yourself in an elevator with a famous art critic. What would you, or wouldn’t you, say about your work?

I don’t know why I linked the elevator ride to a life danger situation. So I would hug him, which is basically what I try to do with my work – a part form the fact that in my practice I am not risking my life. 

 

Giuseppe Palmisano: “I grew up among flour and traditions that pushed me into theater and clownerie. All this, mixed up with a strong fascination for symbols, aesthetics and scenography, made me buy a camera and so I start to investigate the relationship between man and space (in particular with the surrounding objects). I moved to Rome where I used to play in a theatrical company. Overall, i changed address twelve times, moved through five different towns, lived within ten different cohabitations. In 2012, I fell in love and came back to my roots. There I start a new photographic exploration based on woman as the highest expression of Nature. The role of the woman is always pivotal and my purpose is to deprive the naked body of its intrinsic eroticism. I live in Bologna since 2014. In 2015 I published my first book,  “Oltrepensare”, and in the same year many different international magazines and websites defined my photography “Absurd Erotism”, a sort of new artistic movement. In 2016 I made my first performance called “ctrl+y”. In 2017 I gathered 300 women and I shot them altogether into a single analogue photo called “Vuoto”. In november 2016 is begun “Oltrepensare36x27”, an ongoing cycle of twentyseven exhibitions. In each one I will arrange the same 36 photos with different devices. My aim is to connect people through the enjoyment of my art. Furthermore the pictures never came back to me, someone  will just take care of them till the next exhibition.”