Federico Floriani & Giada Fiorindi

LEMON IN MY EYES – STUDIO VISIT  

Incontriamo Federico Floriani e Giada Fiorindi in quella che da più di un anno è la loro casa-studio, in via Farini a Milano, dove entrambi portano avanti la loro ricerca individuale e comune.

Mossi dall’interesse di esplorare il potenziale comunicativo e simbolico degli oggetti, i due artisti sviluppano una ricerca sull’elemento decorativo, in un parallelismo tra il valore dell’ornamento in passato e il conseguente significato attuale.

I dettagli sparsi per casa, ci catturano con la loro vivacità che trova le sue ragioni nel kitsch come elemento di riflessione. Con Giada e Federico parliamo di arte e di design, di una società alla ricerca di un suo universo simbolico, ma anche votata all’effimero: una società in cui nulla fa in tempo ad affermarsi senza essere già una forma degradata e consumata, come ci dicono la ragazze manga dell’eclettica serie di specchi “Lemon in My Eyes”.

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FEDERICO E GIADA, VORREMMO CHIEDERVI COME SI SVILUPPA IL VOSTRO MODUS OPERANDI A 4 MANI?

G: Sicuramente nasce tutto da un’attenzione comune verso l’elemento decorativo, inteso come veicolo narrativo, da qui il nostro modus operandi si sviluppa in diverse fasi attraverso le quali il progetto prende forma in una revisione reciproca continua. Facciamo una ricerca iniziale di riferimenti e relativi significati e ci concentriamo sulle possibilità di contaminazione tra diversi ambiti progettuali e artistici. il mio contributo ha una natura più concettuale per quanto riguarda la definizione dello storytelling e la stesura dei testi che illustrano il progetto, e allo stesso tempo il mio focus va sulla creazione di contributi visuali 2D, immagini di collage digitali e pattern volti alla stampa o trasferimento per mezzo di diverse tecniche sulle superfici dei nostri pezzi scultorei.  Federico invece, prende in mano l’aspetto tridimensionale del progetto, ed è molto bravo a confrontarsi con gli artigiani, con cui cerchiamo il più possibile di lavorare per rielaborare produzioni tradizionali rimaste in una stasi comunicativa e trasformarle quindi in un nuovo medium.

F: Conservando la tecnica, i materiali e l’elemento decorativo, e stravolgendone la connotazione simbolica e visuale, ci piace rielaborare in una chiave contemporanea oggetti di uso comune, affinchè possano raccontarci delle storie attuali, come nel caso della serie da voi citata “Lemon in My Eyes”.

COME PERCEPITE IL CONFINE TRA ARTE E DESIGN?

F: Ci piace sviluppare ogni nuovo progetto a cavallo di questo confine, riflettendo sulla natura dell’oggetto con una funzionalità e, allo stesso tempo, affidandogli una carica simbolica e una valenza speculativa che spesso non vengono considerati nel contesto progettuale tradizionale.

G: Purtroppo questo confine sembra ancora poco fluido, e i due ambiti disciplinari rigidamente estranei l’uno con l’altro. Quello che intendiamo fare con la nostra ricerca è invece combinare le visioni e le prerogative di entrambi i settori in un risultato ibrido, rappresentativo delle regole e della tecnica del design e simultaneamente degli intenti narrativi e concettuali del processo artistico.

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COSA NON SMETTERA’ MAI DI ISPIRARVI?

 G: Il Kitsch, quell’oggettistica considerata un’arte minore, “l’abuso decorativo”, il gadget che, nel nostro lavoro, diventa protagonista.

F: La produzione estetica che esiste senza un background artistico o culturale, l’arte reinterpretata che è la copia della copia. I prodotti di una contemporaneità visuale in sovraccarico e quelli della cultura virale di Internet.

G: Quel folklore e quell’evoluzione dell’immaginario pop sono ai nostri occhi un elemento di ricerca pieno di potenzialità per costruire una nostra posizione critica.

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DOVE VI SIETE CONOSCIUTI?

G: Ci siamo incontrati all’ Università Iuav di Venezia, dove io mi sono laureata con un progetto di grafica editoriale e illustrazione mentre Federico come designer del prodotto. Dopodiché io mi sono spostata ad Amsterdam dove ho seguito un Master presso la Sandberg Instituut, approfondendo il crocevia tra arte e design, mentre Federico ha avuto diverse esperienze lavorative nel settore del design sviluppando in parallelo una carriera da fotografo.

RIMARRESTE O LASCERETE L’ITALIA?

G: Forse lasceremmo. Nonostante Milano sia culturalmente molto stimolante, troviamo difficile portare avanti una carriera multidisciplinare, io personalmente ne sono rimasta spiazzata rientrando in Italia dopo l’esperienza olandese. La prospettiva commerciale mette in ombra la messa in pratica della ricerca e della sperimentazione nel campo del Design, quindi risulta difficile trovare spazio in contesti interdisciplinari e dissociati dalla tradizione. Ci ritroviamo purtroppo a vivere i nostri intenti di progetto a nostre spese e a grandi compromessi.

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DOMANDA DI RITO: ELEVATOR PITCH – COME RACCONTERESTE NEL TEMPO DI UN VIAGGIO IN ASCENSORE IL VOSTRO LAVORO?

F: mi è sempre piaciuto utilizzare il termine“Design emozionale”, descrivendo una sfera estetica che gira attorno a quell’elemento kitsch di cui parlavamo prima, facendo leva su quel coinvolgimento sentimentale che veicola la narrazione di un nostro messaggio.

We meet Federico Floriani and Giada Fiorindi in the space that for one year has been their house and studio, located in via Farini in Milan, where they carry on both their personal and shared research. Federico and Giada are pushed by the same interest in the communicative and symbolic potential of objects – they develop a research on the decorative element, drawing a parallel between the value of the ornament in the past and how this carries over nowadays. The many details scattered around the space catch our eyes for their vivacity, which finds its roots in the Kitsch as an element of reflection. 

We talk with Giada and Federico about art, design and about a society that is looking for its own symbolic universe, whilst still being devoted to the ephemeral – a society where everything seems downgraded and consumed as soon as it struggles to establish itself. This message is suggested by the manga girls that appear in their eclectic series of mirrors “Lemon in My Eyes”. 

How would you define your four-handed Modus Operandi?

G: Everything starts from a shared attraction to the decorative element, meant as a narrative vehicle. From here, the project shapes itself in a relationship of mutual and reciprocal revision. We start with an initial research based on references and their meaning and we concentrate on the possibility of the contamination between different types of planning and art. 

My contribution is more of a conceptual nature – the shaping of the storytelling and the writings that explain the project. I also focus on the making of the 2D visuals – digital collages and patterns for various types of printing onto our sculptural pieces. Federico instead takes care of the tridimensional aspect of the project. He knows how to deal with artisans – we try to work with them as much as possible, in order to re-elaborate traditional productions that have been left in some sort of communicative stasis in order to transform them into a new medium.

F: Whilst keeping the same technique, materials and decorative elements of the objects, we shake their symbolic and visual connotations. We want to rework in a contemporary way objects of our daily life so that they can tell present stories, as for the series  “Lemon in My Eyes”.

Where do you draw the line between art and design?

F:  We like to develop our projects on the verge of this border, reflecting on the nature of the object with its very own functionality whilst giving it a certain symbolic load and speculative value that usually are not given enough recognition.

G: Unfortunately this border doesn’t seem to be very fluid – still, they are considered to be two disciplinary fields unrelated to one another. What we intend to do with our research is combine the visions and the prerogatives of the two in order to obtain a hybrid result, representing both the rules and the techniques of design and the narrative and conceptual aims of the artistic process. 

What will never stop inspiring you?

G: The Kitsch, those novelties considered a “minor art”, the “decorative abuse” and the gadget that in our job becomes the protagonist.

F: The aesthetic production that exists despite the absence of an artistic or cultural background, the re-interpreted art, which is a copy of a copy. The products of an overloaded visual contemporaneity and those of the viral internet culture. 

G: The folklore and evolution of the pop imagery are to us research elements full of potential and we want to use them in order to construct our critical position. 

Where did you meet?

G: We met at Iuav University in Venice, where I graduated with an editorial design and illustration project and Federico as a product designer. After that, I moved to Amsterdam to study a Master at Sandberg Instituut, where I deepened my knowledge on the intersection between art and design. Meanwhile, Federico had various working experiences as a designer while developing a career as a photographer. 

Would you rather leave or stay in Italy?

G: Leave, maybe. Culturally, Milan is very stimulating. However, we find it difficult to accomplish a multidisciplinary career and I personally felt astonished by this when I came back from Holland. The commercial perspective overshadows the act of researching and experimenting in the design field, so it is difficult to find space in contexts that are interdisciplinary and disconnected from the tradition. Unfortunately, we find ourselves having to develop our projects at our expenses and with great compromises. 

Our ritual final question – how would you define your work in the time frame of an elevator ride?

F:  I have always liked to use the term “emotional design” to define an artistic field that revolves around the Kitsch element, leveraging on an emotional involvement that serves to deliver a message. 

Giada Fiorindi and Federico Floriani (Treviso, 1988) form a collective whose work could be defined as an interdisciplinary artistic practice. They both have a background in design and started with a BA at IUAV University in Venice. They then developed different artistic competencies and complementary techniques. Giada deepened her interest in the exploration of images, their issues and narrative relevance, with an MA in Visual Strategies at the Sandberg Instituut in Amsterdam  (part of Gerrit Rietveld Academie). As an illustrator, she collaborated with Fondazione Ca’ Foscari, MOTI Museum of Image (NL) and Experimenta Lisbon (PT), to name a few.

Federico simultaneously developed a passion for the creation of object and photography, working in Italy as an assistant designer to Matteo Zorzenoni and in Holland with Studio Formafantasma. He then gained a one-year scholarship at Fabrica and participated to a residency at Vista Alegre Atlantis in Portugal. As a photographer, he collaborated with Mousse, Fornasetti, Dallas, Domus and many others.