Fabrizio Vatieri

MEDITERRANEAN DRAMA – STUDIO VISIT

Parcheggiamo in una via di Lambrate (Milano), dove si trova la casa/studio di Fabrizio; entrando ci troviamo in un inaspettato verdeggiante cortile, una boccata d’aria dal torrido luglio milanese. All’ interno dell’appartamento le linee moderne e asciutte sono ammorbidite dalla calda accoglienza e dal profumo di caffè appena fatto. Architetto, fotografo, musicista e curatore, sono tante le sfaccettature della personalità vulcanica di Fabrizio, che ci racconta dei suoi progetti, in continua evoluzione, dei suoi spostamenti e della sua instancabile ricerca visiva, in tutte le sue declinazioni. Quando gli domandiamo cosa chiede al suo lavoro, Fabrizio inizia la sua risposta citando una frase di J. Coltrane -“L’unica rabbia che posso provare verso di me è quando non riesco a suonare quello che voglio”. 

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FABRIZIO, CHE SIGNIFICATO HA PER TE LA PAROLA “PROGETTUALITÀ”?

Per me la progettualità è tutto quello che viene subito dopo l’intuizione. Partiamo dal presupposto che oggi l’idea parte sempre da una ricerca, da un approfondimento su un tema e questo discorso  bisogna riuscire a metterlo in pratica, lavorando anche come curatore ho capito l’importanza di questo aspetto.

Per me la progettualità coinvolge anche altre persone, credo molto nell’interdisciplinerietà soprattutto in questo momento storico; andare oltre il medium fotografico per creare una visione e questo implica una progettualità più complessa.

Con Pelagica, per esempio, c’è stata anche la necessità di cercare uno spazio,  trovare una collocazione al progetto, per poterlo raccontare, organizzare mostre, incontri, in sostanza uscire da una fruizione passiva del lavoro, questo per me fa parte della progettualità del mio operato artistico.

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IL TUO DISCORSO LASCIA INTENDERE CHE CHIEDI MOLTO AL TUO LAVORO, SOPRATTUTTO NEL MOMENTO IN CUI LO PRESENTI AD UN PUBBLICO…

Mi piace citare una frase di J. Coltrane: “l’unica rabbia che posso provare verso di me è quando non riesco a suonare quello che voglio” Quindi sì, chiedo molto al mio lavoro, a me stesso, ma piuttosto quello che mi domando è proprio che cosa chiediamo io e il mio lavoro a chi lo guarda.

E qui ritorniamo al discorso della progettualità nella quale un lavoro si deve inserire, il problema è che bisogna sempre confrontarsi con i mezzi, altrimenti si rimane sempre in un ambito di autoreferenzialità. Penso che il tempo che si impiega a promuovere un lavoro non debba mai superare quello investito nella sua realizzazione, detto questo bisogna farlo sopravvivere al chiacchiericcio iniziale, della novità, per questo tendo a pretendere molto da un lavoro.

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PARLANDO DELLA FRUIZIONE DI UN LAVORO, MI VIENE DA CHIEDERTI LA TUA OPINIONE RISPETTO ALLE ISTITUZIONI CHE OPERANO IN QUESTO SENSO, PARLIAMO DEL SISTEMA DELL’ ARTE IN ITALIA, INSOMMA…

Qualche anno fa ti avrei risposto in modo più sciovinista. Mi sono spostato da Napoli, una città in realtà piena di risorse, ma dove non esiste quella che io chiamo “la cultura della cultura dell’arte”,  cosa invece molto presente in una città come Milano. Questo dipende anche da un problema sociale: a Napoli non c’è una classe media giovane che possa sostenere sia economicamente che culturalmente la ricerca di un artista, questo a sua volta generato da annose questioni socio-politiche delle quali non mi sembra opportuno qui entrare nel merito. Sono innamorato della mia città natale, ma con tutti i difetti che ha Milano, spesso anche quello di essere (paradossalmente) provinciale, mi ha permesso di mettere in pratica una serie di progetti, di creare un network, di avere degli interlocutori stimolati e stimolanti. Se manca il contesto, ritornando al punto di prima, non può esistere una progettualità. Tuttavia per me Milano rimane un luogo, per quanto bello, di passaggio.

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QUINDI NEL TUO CASO HAI DETTO SI’ AL VIVERE IN ITALIA, O PARLIAMO DI “SOPRAVVIVERE IN ITALIA”?

Sicuramente in italia vivere solamente di arte è quasi utopico, soprattutto agli inizi, ma ad un certo punto bisogna imparare a prendere le distanze dall’autocommissione. E’ fondamentale  l’autorialità, ma in questo momento il linguaggio è più flessibile e questo non vuol dire scendere a compromessi, ma esplorare tutti i canali in cui può emergere la tua autorialità. Mi riferisco al fatto che un artista deve saper accettare la committenza come una sfida e provare a tirar fuori la propria autorialità anche se sotto “un altro marchio”. Ad ogni modo essere artista è una condizione sopratutto interiore, si può anche scegliere di pagare le bollette facendo l’impiegato alla posta mantenendo intatta la propria ricerca.

NELLA MODA, PER ESEMPIO, HAI RECENTEMENTE REALIZZATO UN VIDEO PER UN BRAND DI COSTUMI DA BAGNO, NON SI PUO’ DIRE CHE NON EMERGA LA TUA AUTORIALITA’, O SBAGLIO?

Non sbagli, questa stilista non mi ha chiesto di fare un indossato, ma di raccontare il suo prodotto attraverso il mio sguardo, con la mia cifra stilistica. Penso che siamo di fronte ad una ciclica saturazione dell’apparato visivo, non solo nell’ambito della moda; nella fotografia, per esempio c’è un grande ritorno al tema, ai contenuti. La moda è strettamente legata all’arte, storicamente, guardiamo per esempio l’architettura brutalista, all’università praticamente non la si studiava, adesso sta sfiorando un’interesse quasi pari alla cultura pop. Arte e moda si guardano e si sono sempre guardate, pensiamo solo ad Alexander McQueen e David Bowie.

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ELEVATOR PITCH È UN TERMINE CHE VIENE MOLTO USATO NEL MONDO DEL CINEMA: SEI IN UN ASCENSORE CON UN IMPORTANTE CURATORE, HAI POCHI SECONDI PER RACCONTARGLI IL TUO PROGETTO, COSA GLI DIRESTI?

Gli racconterei un segreto.

Fabrizio Vatieri è nato a Napoli nel 1982, attualmente vive e lavora a Milano. Ha incontrato la fotografia durante i suoi studi in architettura. Il suo lavoro è un indagine sull’identità dei luoghi e sul rapporto tra l’immagine fotografata e la realtà immaginata.
Nel 2012 ha iniziato un percorso di ricerca sullo scenario mediterraneo, declinato in un primo momento nel progetto fotografico Mediterranean Drama, nel 2014 in Pelagica, progetto curatoriale e di ricerca che ha fondato insieme con Laura Lecce.
Dal 2013 è coinvolto sia come artista che curatore in Exposed, un progetto–piattaforma che utilizza le pratiche artistiche, nato per indagare le trasformazioni della città di Milano in vista di Expo 2015.
Il suo lavoro è stato esposto in diverse gallerie, istituzioni e festival in italia e all’estero tra cui La Triennale di Milano, Shoshana Wayne Gallery (Santa Monica, CA), Casa del Mantegna (Mantova),  Museo di Fotografia di Salonicco, Fondazione Forma Meravigli (Milano), Bitume Festival (Lecce), Cortona On The Move. Le sue fotografie sono state pubblicate in diverse riviste e volumi tra cui Abitare, Domus, Rivista Studio, L’architettura del Mondo, Infrastrutture, Mobilità, Nuovi Paesaggi, The Abramovic Method.
A marzo 2016 insieme con altri artisti e fotografi ha co-fondato Op–Fot, uno studio professionale specializzato nella fotografia di opere d’arte, di achitettura e design con diverse sedi in Italia e di cui rappresenta la sede milanese.