Anna Caruso

HO ASPETTATO 300 VOLTE SENZA RISPOSTA – STUDIO VISIT 

Andiamo a trovare Anna nella sua casa-studio a Milano, in zona Porta Venezia; qui il contatto con il suo lavoro è immediato: pochi elementi, (se non tantissimi ricordi di viaggio) lasciano spazio a tele di diverse dimensioni che ci raccontano non uno, ma tanti punti vista. L’estetica di Anna colpisce subito per i suoi tratti grafici distintivi, un particolare utilizzo del colore e una personalissima elaborazione del figurativo, ma concedendosi del tempo si apre un lungo viaggio della mente verso l’astrazione. Sovrapposizioni di piani, prospettici e temporali, ci riportano alla condizione umana, dove individualità, memoria e dubbio si incontrano e si scontrano in un irripetibile istante: la scelta.

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ANNA, LE TUE OPERE SEPPUR CON DIVERSE EVOLUZIONI LINGUISTICHE, SONO RIMASTE FEDELI ALLA PITTURA E AL FIGURATIVO, PERCHE’?

Ho scelto la pittura perché sono convinta che non sia stato detto e fatto abbastanza, o meglio, credo che ci sia ancora molto da dire, nonostante si parli di una tecnica antica, e allo stesso modo credo ancora nel figurativo. Sicuramente il mio approccio è una figurazione che tende all’astrazione attraverso alcuni elementi grafici, perché ciò che più mi interessa, oggi, si colloca esattamente nel mezzo. L’utilizzo del colore non è materico, le campiture sono molto ampie e piatte, proprio al fine di tradurre una sovrapposizione di figure, linee ed elementi geometrici, che hanno a che fare con la percezione.

DA QUALE RIFLESSIONE NASCE IL TUO MODUS OPERANDI?

In primo luogo da una riflessione sulla nostra intuizione del mondo, filtrata in maniera inalienabile dal passato, quindi dalla memoria, dalla nostra esperienza individuale e dalla paura della morte. Quest’anno in particolare, sto lavorando sulla percezione del tempo e sui meccanismi di ricreazione della mente, traducendo l’analisi su un piano figurativo. Una delle tematiche che più mi affascinano è lo studio della sensazione della realtà filtrata dal nostro cervello, che crea illusioni a cui noi ci affidiamo completamente. Parlando di soggetti, non mi interessa la figura in quanto tale, ma come Essere Umano che convive con tantissime possibilità e prospettive che s’incontrano/scontrano in un solo istante: quello della scelta.

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HAI SCELTO DI VIVERE E LAVORARE IN ITALIA, QUAL E’ LA TUA ESPERIENZA?

Innanzitutto ho bisogno di avere un posto stabile dove poter lavorare, che mi sia famigliare: la pittura richiede molto tempo e concentrazione. Tuttavia questo non mi è sufficiente e non nascondo di essere una grande viaggiatrice. Necessito di prendermi alcuni momenti durante l’anno in cui uscire dalla mia confort-zone e distanziarmi dal mio lavoro, per alimentarlo ed entrare in contatto con qualcosa che non conosco. In futuro non escludo la possibilità di vivere altrove, se il mio lavoro dovesse richiederlo.

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CHE COSA VORRESTI TRASMETTERE CON IL TUO LAVORO?

Nella mia pittura è molto importante il ruolo dell’osservatore, come ci ricorda la fisica quantistica, e il dialogo con l’opera stessa. Mi piacerebbe che le persone guardassero le mie opere scoprendo elementi che le riguardano, perché parto da vicende autobiografiche ma utilizzo un linguaggio collettivo, universale. All’inizio lasciavo molti spazio bianchi proprio perché fossero gli spettatori a continuare il disegno. Oggi spero che ad ogni sguardo possa cambiarne la percezione e che nuovi dettagli affiorino mano a mano.

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CONOSCERAI LA NOSTRA DOMANDA DI RITO- ELEVATOR PITCH: SEI IN ASCENSORE CON UN IMPORTANTE CRITICO E HAI POCHI SECONDI PER DIRE QUALCOSA SUL TUO LAVORO.. COSA DIRESTI?

Non amo prendere l’ascensore, quindi lo convincerei a prendere le scale, mal che vada potrebbe ringraziarmi per avergli fatto fare  un po’ di movimento!

We visit Anna in her house-studio in Milan, near Porta Venezia; here, the feel of closeness with her work is immediate – few elements (or memories from her travels) leave space for canvases of various dimensions, that suggest not one but many different points of view. Anna’s aesthetic strikes the eye for its peculiar graphic traits, use of colour and a very personal figurative elaboration. However, if one gives it some time, the mind opens up to a long trip towards abstraction. The juxtaposition of perspective and time frames links back to the human condition, where individuality, memory and doubt meet and clash in one unrepeatable moment – that of the choice. 

Even through various style evolutions, your work stays loyal to the art of painting. Why is that? 

I chose painting because I think it hasn’t been said and done enough, or better to say, I think there is much more to tell through it, even though we are speaking of an ancient technique. Moreover, I still deeply believe in the power of figurative arts. 

Surely my approach tends to abstraction through the use of graphic elements because what interests me the most is what lays in between these two. The use of colour hasn’t got to do with substance, the brushes’ marks are wide and flat, so to produce a juxtaposition of figures, lines and geometric elements that have something to do with perception.

How did you get to this modus operandi?

First of all, from a reflection of our perception of the world, indefeasible filtered by the past – memory, our personal experiences and fear of death. At the moment I am working on the perception of time and on the mechanism of the recreation of the mind, translating this analysis on a figurative level. One of the thematics which fascinates me the most is the study of the perception of a filtered reality through our minds, that create illusions which we completely rely on. 

Talking about subjects, I am not interested in the figure as such, but more as Human Being that coexists with numerous possibilities and perspectives that meet/clash in one single moment, that of the choice. 

You have chosen to live in work in Italy. What’s your experience?

Firstly, one needs to have a stable place to work from, which needs to be familiar in a way – painting requires a lot of time and focus. However, this isn’t enough for me and I have to admit that I am a great traveller. I need to take a few moments throughout the year where I exit my conform zone and get detached from my work, in order to nourish it and get closer to things that are yet unknown to me. I might end up working somewhere else in the future if my work will be asking for that. 

What would you like your work to transmit?

In my paintings, the role of the viewer is very important, as reminded by quantum physics and its dialogue with the work itself.

I would like people to look at my work in order to discover the elements that are part of it, because I start off from personal experiences using then a universal language to tell these stories.

At first, I used to leave many white spaces so that the viewers could finish the paintings themselves. Now I hope that each and every look has the power to change the paintings’ perception and that new details could rise up as time goes by.

We presume you might know our ritual final question – elevator pitch. You find yourself in an elevator with a famous art critic and you only have a few seconds to say something about your work. What would you say?

I don’t like elevators so I would convince them to take the stairs. Worst case scenario they would thank me for the physical exercise!

Anna Caruso: born in Cernusco sul Naviglio (MI) in 1980. In 2004 she graduated in painting at the Academy of Fine Arts in Bergamo. She works with Italian and foreign galleries, including Studio d’Arte Cannaviello in Milan, Anna Marra Contemporanea in Rome and Thomas Masters Gallery in Chicago (USA). She lives and works in Milan.