Achille Filipponi

DER STROM – STUDIO VISIT

Appena fuori dal traffico di Corso Casale (Torino), in una silenziosa via tracciata da basse villette, abita da pochi mesi Achille Filipponi: fotografo, insegnante e co-fondatore della casa editrice Yard Press.

Nel suo appartamento/studio ci sono libri e dischi, pochi oggetti fuori posto e tanti appunti lasciati sul tavolo del soggiorno dalla notte precedente. Poche tracce di quello che si potrebbe trovare convenzionalmente nello studio di un fotografo.

Achille vive lo spazio domestico come un luogo in cui pensare: un piccolo santuario, punto di partenza per le sue peregrinazioni fotografiche. Tra le mura di questo pensatoio, ci racconta il suo modo di vedere ed affrontare le cose, tra continui riferimenti cinematografici, una bottiglia di vino e un sottofondo musicale di una sua singolarissima ricercatezza.

3

PARLIAMO DI MODUS OPERANDI, NEL TUO LAVORO PERSONALE COME DEFINIRESTI IL TUO MODO DI COSTRUIRE, PROGETTARE E PORTARE AVANTI LA TUA RICERCA?

Diciamo che il metodo è quello di inquadrare un punto di partenza concettuale dal quale poi parte la produzione delle immagini. Questa produzione non ha una formula fissa, può essere una cosa puntuale che dura pochissimo tempo o diventare un progetto molto lungo.

Non relaziono il valore del progetto al tempo impiegato nel realizzarlo. Penso che la cosa più importante del mio “modus-operandi” è l’assenza di una condotta generale da portare avanti, o di canoni entro i quali chiudersi, non ci sono soggetti buoni o non buoni.

Credo che il legante di tutto quanto debba essere le immagini devono procedere per forza d’inerzia, senza nessun tipo di fatica nel loro assemblaggio, qualsiasi prodotto visivo sia: una serie fotografica, un libro o un video. Infatti questo è quello che amo nella fotografia, ma anche nel cinema. Mi interessa come punto di partenza. Quando guardo i saloni delle ville nei film di Rohmer, o le spiagge in cui loro passeggiano, ho la percezione di questo modo naturale di procedere senza bisogno di ricorrere ad alcun artificio.

5

QUINDI DI CONSEGUENZA COSA CHIEDI AL TUO LAVORO?

Al mio lavoro chiedo di non essere fatto per il piacere, non ho obblighi di mercato.

Mi sembra fondamentale partire dal presupposto che la propria ricerca artistica sia slegata da obblighi di questo tipo, in termini di posizionamento all’ interno di un meccanismo più grande di lei.

L’unica cosa che voglio chiedere al mio lavoro è che nel suo punto di morte, ovvero quel momento conclusivo del processo creativo, non susciti pentimento.

La fotografia che è una disciplina immobile e silenziosa, la immagino come un tunnel diretto tra chi la guarda e chi la fa, uno spazio proiettato tra autore e fruitore ed è così che deve essere bidirezionale. Tante volte però accade che l’autore, nella propria ricerca, adotti un altro tipo di sguardo, più orizzontale, che altro non è che un meccanismo sociale di inclusione, in una certa comunità: quella che regola il mercato, gli acquisti, o stabilisce cosa va bene e cosa no.

Ecco perché spesso i portfoli sono tutti uguali, le foto sempre più simili.

Nella nostra “adolescenza artistica” lo abbiamo fatto tutti, credo, prima di capire come arrivare alla propria autorialità, liberandosi di tutti i precetti che la soffocano.

4

COMPROMESSO, COSA SIGNIFICA PER TE? A COSA NON VUOI E PUOI RINUNCIARE?

Come dicevo prima, penso che nella ricerca artistica il compromesso non possa esistere. Per tutte le altre sfumature della vita è inevitabile, ma deve essere un atto volto a trasformare un problema in un punto di forza, ed il compromesso stesso deve essere sempre posizionato e relegato nei punti giusti: ad esempio come editore, il compromesso per me può essere quello del budget o dei tempi, ma non potrà mai riguardare la linea editoriale.

IL COMPROMESSO SI RICOLLEGA SICURAMENTE AD UN DISCORSO TERRITORIALE, VIVERE E LAVORARE IN ITALIA, QUAL’ E’ LA TUA ESPERIENZA? COSA MANCA, COSA VIENE VALORIZZATO?

Parto da un concetto che per me è importante, trovo lo stato affascinante, la legge, l’obbligo e che le redini culturali vengano tenute da qualcuno. Uno stato che regola e dà una struttura alla cultura. Prendiamo esempi da paesi nord-europei in cui questo sistema funziona: lo stato è il diretto interlocutore con il mondo dell’arte, per cui ricopre il ruolo di mecenate. Ecco tutto questo in Italia manca.

Bisogna anche dire che in Italia gli artisti al 99% sono persone benestanti, quindi questa mancanza impatta, ma non frena certo la produzione artistica.

Tuttavia nel momento in cui lo stato è molto presente, seppur in modo totalitario e prevaricante, prolifera la grande arte, quando invece lo stato è assente, è un mortorio totale.

Per quanto riguarda la fotografia, manca l’istituzione fondante, secondo me, mi viene in mente Michael Schmidt e i fotografi tedeschi di quel periodo, quella manca: la scuola. Quello che l’Isia di Urbino fa per la grafica, per esempio, dovrebbe esistere anche per la fotografia.

La scuola deve darti l’idea di far parte di una grande macchina, grazie alla quale puoi fare la differenza su un piano culturale. Senza questa struttura alle spalle sei dentro ad un caos in cui puoi fare tutto e niente. Non c’è attrito, non ci sono poteri da combattere, le avanguardie perché nascono? Perché hanno qualcosa da cui distaccarsi e hanno un potere contro cui lottare.

1

A QUESTO PUNTO SI PARLA ANCHE DI GRUPPO, DI CREARE UN MOVIMENTO, CHE IN ITALIA SEMBRA NON ESISTERE AL MOMENTO IN CAMPO FOTOGRAFICO. SECONDO TE PERCHE’ NON ESISTE, OLTRE CHE LE RAGIONI DI CUI ABBIAMO PARLATO SOPRA?

Non esiste per il momento storico, perché non ci sono scuole, in questo paese in particolare non esiste perché la grande scuola di fotografia Italiana, come dire i realisti degli anni 70 e 80, la cui fotografia aveva già una sua potenza concettuale, è stata devastata dalle agenzie foto-giornalistiche.

2

PARLANDO DI CULTURA VISIVA NEL MOMENTO STORICO CHE STIAMO VIVENDO, CON QUESTO SURPLUS DI IMMAGINI CHE CI BOMBARDANO OGNI GIORNO, SECONDO TE SI PUO’ PARLARE DI CULTURA DELL’ IMMAGINE E IN CHE DIREZIONE STIAMO ANDANDO?

La cultura dell’ immagine, nella fotografia d’ autore, compie ogni volta una sudata per essere considerata con un suo spessore. In realtà credo che quella che noi chiamiamo cultura dell’immagine dipenda molto poco dalla fotografia d’autore, credo che si debba molto di più al cinema, per esempio. Tuttavia per quanto riguarda la fotografia, torvo più interessante “l’ antichità” rispetto allo scenario contemporaneo. Mi affascina il periodo che gira intorno alla sua nascita come invenzione scientifica, quando la distinzione tra fotografia professionale ed artistica era del tutto netta. O facevi il fotografo di bottega oppure eri Man Ray. Uno strumento utile e magnifico allo stesso tempo.

Poi sono arrivate le agenzie fotografiche, un ibrido che ha generato un fenomeno che definirei “arte del professionismo”, un processo che ci ha allontanati dalla cultura dell’immagine. Ecco perché trovo più interessanti le foto scattate da un antropologo nel 1909 in Egitto, rispetto al progetto di un foto giornalista che cerca di darmi uno sguardo diverso sulla guerra in Afghanistan.

DOMANDA DI RITO: ELEVATOR PITCH.

Ho pensato davvero a come rispondere a questa domanda, nel senso davvero cosa farei. Se dovessi essere costretto, forse gli darei una fotografia se l’avessi in tasca, oppure lo inviterei a pranzo senza nemmeno dirgli nulla riguardo il mio lavoro, non sono capace di rapportarmi a qualcuno in maniera sintetica.

Achille Filipponi (1981) vive e lavora a Torino. Nel 2011 fonda insieme a Giandomenico Carpentieri la casa editrice indipendente Yard Press, focalizzata su pubblicazioni fotografiche sperimentali e culture underground. E’ professore presso IED  Torino. Parallelamente alle attività di insegnamento e editoria porta avanti la sua ricerca fotografica, recentemente ha preso parte alla mostra collettiva “Periodo Ipotetico” presso Twenty14 Contemporary Milano.